LE COLPE DEI FIGLI -Enrico Luceri

Scritto da  Alex Montecchi

Le colpe dei figliNapoli, marzo 2010, una stagione che non è più inverno ma non è ancora primavera. Ai margini della città, nei pressi di una baracca viene trovato il corpo bruciato di una donna, poi identificata come un medico dell’ASL dalla vita specchiata. Nulla che lasci pensare al coinvolgimento in attività criminali, anche se il figlio del proprietario della baracca è un noto malavitoso. Lo sa bene il commissario Antonio Buonocore, incaricato delle indagini. In base alla ricostruzione, la vittima è stata attirata sul luogo con l’inganno, stordita e poi bruciata viva. Potrebbe essere il primo omicidio di un serial killer, ma il commissario sente nell’aria un altro odore: quello della vendetta.

Lo scrittore Enrico Luceri - vicintiore anni fa del prestigioso Premio Alberto Tedeschi de Il Giallo Mondadori - torna nel marzo 2015 nella storica collana da edicola con un romanzo apparentemente placido, in realtà efferato e incalzante nel finale. E con un poliziotto serio, per nulla macchiettistico anche se caratterizzato dalle sue abitudini: schizzare un ritratto a matita degli interlocutori durante gli interrogatori, fumare una sigaretta dopo l’altra, riflettere mentre pedala sulla sua vecchia bicicletta nel tentativo di afferrare il filo della soluzione dell’indagine. Uno stagionato investigatore dai metodi tradizionali, dunque, che ben presto si trova a collaborare con una figura del tutto diversa dalla sua: Angela Garzya, una trentenne investigatrice dell’UACV proveniente da Roma, anche se nativa di Casoria, tutta software e database.
Perché nel frattempo i delitti sono diventati due. Stesso modus operandi, vittima una donna più o meno della stessa età, che tuttavia nulla sembra avere in comune con la vittima precedente. Primo sospettato: un ambulante senegalese trovato in possesso del denaro nella borsetta della donna. E quando il crimine si ripete, torna ad affacciarsi l’ombra del serial killer. Ma Buonocore non crede a nessuna di queste ipotesi e continua a cercare il nesso sfuggente tra le vittime nell’elemento purificatore del fuoco, nella senzsazione che l’assassino ritenga di compiere un atto di giustizia. E alla fine il commissario si rende conto che, in tutto sommato, i metodi suoi e della collega non sono poi così diversi.

Al pari del precedente Buio come una cantina chiusa, anche questo romanzo si apre con un antefatto che parla di bambini, paure, oscurità e claustrofobia, benché qui la direzione degli eventi e l’ambientazione siano del tutto diverse. E anche qui c’è una colonna sonora persistente, che riflette le varie anime di Napoli e gli umori dei personaggi. Nonostante la violenza – sottintesa, mai esplicita – la storia si dipana come un classico romanzo di investigazione, in cui al lettore vengono forniti tutti gli indizi per arrivare a scoprire il colpevole, indagando con i protagonisti nella storia personale delle vittime. Di tutte le vittime e di tutti i colpevoli. Perché «la verità è come un aquilone che vola alto nel cielo. Ogni tanto il vento, una corrente d’aria, lo abbassano così tanto che basta allungare una mano per afferrare il filo. Ma, se non sei pronto, quello vola via di nuovo e chissà quando tornerà.»

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