LA SPLENDENTE REGINA DELLA NOTTE – Claudia Salvatori

By | March 8, 2019

Scritto da  Serena Bertogliatti

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In prima di copertina è scritto: Nel grande regno d’Egitto, un AMORE sospeso tra l’UMANO e il DIVINO, il canto erotico di AKHENATON e NEFERTITI. In quarta di copertina è citato: Le accarezzò i fianchi e le gambe, poi scese fino ai piedi, raggiungendo parti di lei che non erano mai state toccate da nessuno, e neppure immaginava potessero procurare tanta eccitazione. Sembrava che, più che accarezzarla, la stesse modellando. A ogni tocco la ricostruiva come aveva fatto la luna, in una forma nuova e splendida, secondo la sua volontà.
E poi c’è il libro, che, pagina dopo pagina, si libera della coperta, troppo stretta, che gli è stata messa addosso.

 

 

 

La splendente regina della notte si intuisce essere stato commissionato sulla scia del successo delle Cinquanta sfumature di un qualche colore. I must: erotismo e trasgressione, come promesso dalla copertina. In questo caso, il tutto è ambientato nel promettente esotismo dell’Antico Egitto.
Le copertine hanno una cosa in comune con i generi: sono sempre troppo corte, troppo anguste, per contenere tutto quello che un autore ha da dare. Nel caso di Claudia Salvatori, poi, si trovano a dover contenere un percorso che lei porta avanti, romanzo dopo romanzo, da decenni. È un percorso che ha attraversato il giallo, lo spionistico e lo storico, e che è stato capace di infilarsi in tutti questi generi, di declinarsi in prose diverse, pur rimanendo (suo malgrado?) ineluttabilmente riconoscibile.

Sarebbe scorretto dire che la copertina mente: La splendente regina della notte parla di amore, umanità, divinità, Akhenaton e Nefertiti. Parla di sesso, inconfutabilmente. Ma parla soprattutto di crescita, umana e spirituale, del destino dei regnanti e delle aspettative dei regnati, di odio e amore, e di come questi due opposti si intervallino freneticamente come le due facce di una moneta vorticante.
Prima che iniziasse a scriverlo, Salvatori mi parlò di come le fosse stato commissionato un romanzo erotico. A libro letto, La splendente regina della notte mi ha fatto venire in mente uno degli ultimi autori a cui assocerei il genere erotico: Hermann Hesse.
Di Hesse, La splendente regina della notte ha la struttura del romanzo di formazione, e di questa una concezione che richiede l’incontro con il sacro e il profano. In Hesse, il sacro e il profano erano l’assenza e la presenza della sensualità; in Salvatori, l’atto sessuale-amoroso è sacro e profano al tempo stesso, in un’unione così viscerale che la dicotomia si dissolve e l’armonia si realizza.

È come se fosse stato Hermann Hesse – un Hermann Hesse in pace con il rapporto conflittuale che la sua epoca aveva con la sensualità – a scrivere le scene erotiche di questo romanzo, in cui sessualità e spiritualità viaggiano a braccetto.

Sarebbe scorretto dire che la copertina mente: Akhenaton fa effettivamente da anfitrione a Nefertiti nella sfera della sessualità, ma in un modo ben lontano da quello suggerito in quarta di copertina, dove si sceglie di mostrare solo il potere modellante della volontà di Akhenaton-soggetto su Nefertiti-oggetto. Nel romanzo ritroviamo due amanti speculari che, partendo da diverse basi caratteriali e da diversi approcci alla sessualità, imparano a conoscersi (anche) tramite i sensi, e imparano una lezione che è ormai un Leitmotiv nelle opere di Salvatori: che “uomo” e “donna” sono categorie arbitrarie che vengono addossate agli individui assieme a una serie di caratteristiche/aspettative ingabbianti, e che l’incontro vero tra esseri umani le annulla, perché tutto è in tutti, e così Akhenaton per essere faraone deve essere in grado (e lo è) di com-prendere in sé maschile e femminile, regnante e regnato, ricchezza e povertà, vita e morte.

Il fatto che si sia usata la copertina per presentare La splendente regina della notte come un romanzo erotico innocuo per l’attuale configurazione dei generi, con il maschio-agente e la femmina-ricevente, è ironicamente paradossale nel caso di Salvatori: uno dei temi che compongono la sua opera letteraria è infatti il discorso sulle rappresentazioni, sul potere che queste hanno sulle persone che vengono rappresentate – sia a livello di identità di genere che a livello politico.
La figura del faraone – come le figure di regnanti idolatrati dei precedenti romanzi storici di Salvatori – deve convivere con una grande maledizione-benedizione: l’essere depositario delle rappresentazioni che i regnati si fanno di lui, rappresentazioni che sono estreme e contrastanti. Così, Akhenaton ha una voce che può “far piangere e dare gioia” (p. 25), poiché la sua natura ha “qualcosa che spinge gli esseri umani all’eccesso, a dare il loro meglio e il loro peggio” (p. 55), così che corre un rischio apparentemente ineluttabile: “Hai paura di doverti mostrare ancora al popolo, di affrontare il suo odio, dopo che ne hai avuto l’amore. Ebbene, lascia che ti dica che mescolato al loro amore c’è sempre stato odio, e ora ti daranno odio mescolato ad amore.” (p. 232)
Più Akhenaton ascende come divinità agli occhi del popolo, più sembra avvicinarsi a velocità crescente al punto in cui si schianterà in una fine che in Salvatori sembra l’inevitabile conclusione della parabola di un soggetto idolatrato: essere divorato. Essere divorato, quasi letteralmente, fagocitato e fatto a pezzi da una folla delirante di un delirio in cui amore e odio, vita e morte, smettono di essere categorie distinte.

È un destino che, ne Il sole invincibile, si era realizzato pienamente, non tanto con lo squartamento di Avito, ma con l’atroce gesto di un’accattona (“la più piccola e umiliata delle creature, la più affamata, furente e gioiosa come una baccante, ora che aveva anche lei il suo pasto”, p. 393) che, mentre Avito viene fatto a pezzi, gli cava gli occhi.
È lo stesso destino che tocca a Grenouille, protagonista de Il Profumo di Patrick Süskind, nel momento in cui si versa addosso il profumo più inebriante e perfetto che l’umanità possa concepire: il distillato di un miscuglio degli odori degli uomini e delle donne più profumate che Grenouille ha incontrato. L’essenza perfetta. E, quando l’essenza perfetta viene distillata e travasata in un solo essere umano, il desiderio della folla si fa letale: Grenouille viene divorato vivo.

Il cerchio così si chiude, raccogliendo i Leitmotiven cari a Salvatori: il potere delle rappresentazioni, che nel caso del regnante si fanno idolatrie, sì che le rappresentazioni non solo hanno il potere di influenzare la vita intima di una persona (come nel caso delle identità di genere), ma anche quello di travolgerla in un furore orgiastico capace di ridurla a pezzi.
Salvatori, ancora una volta, raccoglie i pezzi di figure storiche poste in secondo piano, o condannate, dalle rappresentazioni loro coeve e dalla storia scritta successivamente. Seleziona regnanti colpiti dalla damnatio memoriae e dà loro una seconda chance, facendoli rivivere per il tempo di un romanzo.
A differenza di Tarantino, che ha attuato questo stesso processo in Inglourious Basterds (la vendetta degli ebrei) e in Django Unchained (la vendetta degli schiavi afro-americani), Salvatori non muta il corso degli eventi, né approfitta dei buchi neri storici, per permettere a singoli o categorie di ri-vendicare la propria causa. Salvatori si “limita” a ridare loro voce, permettendo al lettore di rivivere quelle stesse vicende, quelle stesse azioni, quelle stesse vittorie e sconfitte, da un punto di vista meno mainstream.