ARTURO PÉREZ REVERTE: ASSASSINI ED EROI STANCHI

Scritto da  Andrea Carlo Cappi

Che cosa ti ha portato a scrivere romanzi gialli?

In realtà non scrivo gialli in senso stretto, anche se mi servo delle tecniche del poliziesco. Se ho intenzione di comunicare al lettore un messaggio, qualsiasi messaggio, scelgo il giallo e la sua struttura per catturare la sua attenzione e raccontare una storia.

In ogni caso, il giallo ha avuto una parte importante nella tua formazione.

Sopra la mia scrivania ho tre ritratti: uno di Stendhal, uno di Dumas e uno di Basil Rathbone, che per me ha incarnato il vero Sherlock Holmes. Sir Arthur Conan Doyle è stato uno dei primi autori di gialli che ho letto ed è ancora un importante punto di riferimento. Ho amato molto sia Maurice Leblanc che Allain e Souvestre...

 

Arsenio Lupin e Fantomas. Una predilezione per i grandi ladri?

Può essere, visto che un altro autore a cui mi sono molto appassionato è stato Leslie Charteris Quando negli anni sessanta, furono trasmessi i telefilm di Simon Templar con Roger Moore, il successo fu tale che anche in Spagna vennero pubblicati tutti i libri del Santo. A comprarli era una mia vecchia zia, da cui poi li ho ereditati. Leslie Charteris aveva cominciato scrivendo libri di intrattenimento di massa, ma nel corso del tempo si è raffinato. Le sue storie erano piene di humour e gusto dell'avventura.

 

In Italia non è mai arrivato nemmeno il primo film tratto dai tuoi romanzi, La tavola fiamminga...

Meglio, molto meglio che non sia arrivato

 

Devo supporre che la tua opinione in proposito non sia molto favorevole?

La tavola fiamminga era una pellicola realizzata da un regista americano, Jim Mc Bride, e destinata a un mercato americano. Non aveva niente a che vedere col libro.

 

Quindi il tuo rapporto col cinema non è dei più felici.

Sono stati tratti quattro film dai miei libri. Oltre a La tavola fiamminga, sono usciti Cachito, Territorio comanche e El maestro de esgrima. Quest'ultimo era un buon film, interpretato da Omero Antonutti. Anche Territorio comanche era un film piuttosto riuscito. Ma mi sono state necessarie quattro versioni cinematografiche di miei libri per capire che la letteratura e il cinema avevano due linguaggi diversi. Certo, il cinema ha due vantaggi. Il primo è che l'autore guadagna denaro dalla realizzazione di un film, il che non fa mai male. Il secondo è che il cinema attrae nuovi lettori: una persona che non avrebbe mai preso in mano un tuo romanzo, dopo aver visto un film può esserne incuriosito e leggerlo, dicendo "Vediamo un po' com'è." In ogni caso, si tratta sempre di due opere differenti e sono giunto alla conclusione che lo scrittore si deve distaccare dal film e cercare di non intervenire nella sua realizzazione. Per questo rifiuto sempre la richiesta di collaborare alla sceneggiatura dei film tratti dai miei libri.

 

Fra non molto (l’intervista è del 1998, N.d.R.) uscirà il film di Roman Polanski tratto da Il Club Dumas, con protagonista un “cacciatore di libri” il cui nome, in omaggio alle tue ascendenze napoleoniche, è Lucas Corso. Che cosa ti aspetti?

Sono sicuro che quello di Polanski sarà un bel film. Invece posso anticipare che la sceneggiatura tratta de La pelle del tamburo è una cosa infame.

 

Che il giudizio dell'autore sia molto severo con gli sceneggiatori che mettono mano ai suoi romanzi lo vediamo da quello che scrisse tempo fa proprio sul film La tavola fiamminga: "La sceneggiatura di Michael Hirst convertiva la storia della mia restauratrice d'arte, dell'antiquario César e dello scacchista Muñoz in un fumetto da quattro soldi, con una trama infantile, tipica dei telefilm americani trasmessi all'ora di pranzo."

Non meno tormentata è la storia della realizzazione di Cachito, basata sul romanzo breve Un asunto de honor (letteralmente: "Una questione d'onore") che l'autore aveva scritto su richiesta di un amico produttore. Il regista-sceneggiatore Imanol Uribe, reduce dal successo di Dias contados (dal romanzo di Juan Madrid) aveva stravolto completamente la storia originale, scatenando le ire di Pérez-Reverte, che voleva togliere il proprio nome dai titoli del film. Quando Uribe decise di abbandonare la pellicola al suo destino, subentrò il giovane regista Enrique Urbizu, che insieme a Pérez-Reverte si mise a percorrere le strade dell'Andalusia, seguendo il tragitto dei personaggi della storia. Solo così il risultato finale, a metà tra il thriller e il "road movie", tornò ad avvicinarsi allo spirito originale del romanzo.

C'è un paragone che Arturo Pérez-Reverte ama ripetere, da qualche tempo a questa parte: "Vendere i diritti cinematografici di un romanzo è come sposare una figlia. La cresci, la educhi, la vizi, le comperi le scarpette Nike... poi, quando compie diciassette anni arriva un figlio di puttana qualunque che te la porta via." Un paragone molto sentito, dal momento che lo scrittore ha, appunto, una figlia, Carlota Pérez-Reverte, che con lui ha firmato il primo dei sei romanzi del ciclo del Capitano Alatriste.

 

Quanti anni ha tua figlia?

Quattordici.

 

E a quattordici anni tua figlia è già coautrice di un libro di enorme successo come El capitan Alatriste?

Carlota ha compiuto tutto il lavoro di ricerca storica, dalle ambientazioni all'abbigliamento, necessari per scrivere i romanzi della serie di Alatriste. Era doveroso riconoscerla come coautrice.

 

Anche tua figlia è un'appassionata lettrice di gialli?

Le piacciono moltissimo i romanzi di Flanagan, il personaggio di Andreu Martín e Jaume Ribera.

 

Ma il giallo o la lettura di Stendhal e Dumas non sono gli unici elementi che hanno formato Pérez-Reverte come scrittore. Conta molto il fatto che, giovanissimo, abbia cominciato a lavorare come giornalista, scrivendo per El pueblo, e specializzandosi nel ruolo di corrispondente di guerra. In questa veste ha lavorato a lungo per la TVE, la televisione spagnola, acquistando una notevole fama. Il pubblico lo vedeva come un intrepido reporter, anche se lui ha sempre cercato di sfuggire a questa immagine "eroica". Afferma di non avere mai conosciuto eroi con la E maiuscola, un concetto che si riflette nei suoi personaggi. Più che un detective dei libri, il Lucas Corso de Il club Dumas è un mercenario della cultura, un professionista che lavora su commissione. Quanto a padre Lorenzo Quart, l'investigatore de La pelle del tamburo, è un prete che ha perso la fede, o che forse non l'ha mai avuta.

Tutti i miei personaggi sono così, privi di fede e di ideali. Credo sia un effetto del lavoro che ho fatto per oltre vent'anni. Ho lavorato come giornalista dal 1974, scrivendo reportage di guerra da ogni parte del mondo. Nicaragua, Salvador, Libano... fino al recente conflitto in Bosnia. Nel mio lavoro di corrispondente di guerra ho visto da vicino l'orrore assoluto e il risultato è che i miei personaggi hanno finito col perdere ogni possibile fede negli ideali. Sono diventati degli "eroi stanchi".

 

Ci sono altre contaminazioni tra il tuo lavoro di reporter e quello di scrittore? Hai mai usato materiale di origine giornalistica all'interno dei tuoi romanzi?

Nella maggior parte dei casi, ho sempre tenuto separate le due attività. E quando mi sono stancato di fare il reporter sono passato alla letteratura, per potermi dedicare a cose di cui come giornalista non avevo tempo di occuparmi. Certo, le mie esperienze hanno comunque influenzato il carattere dei miei personaggi. Non si vive impunemente. Tuttavia è stato proprio quando facevo il corrispondente di guerra che la letteratura, sia per un lettore che per uno scrittore, è un potente analgesico. Ovunque andassi, a Beirut o a Sarajevo, portavo con me dei libri e, alla luce di una candela mi immergevo completamente nel mondo di Sherlock Holmes, o in quello di Hans Castorp ne La montagna incantata. La lettura rappresentava una forma di consolazione in mezzo all'orrore. Un analgesico, sia chiaro, non un anestetico, perché ti consente di sopravvivere senza farti voltare le spalle alla realtà. In effetti, sono prima di tutto un lettore. Mi considero uno scrittore accidentale. Fare il romanziere mi permette di vivere le vite che non ho vissuto, amare le donne che non ho amato, uccidere la gente che avrei voluto ammazzare. Il guaio è che ogni tanto qualcuno si riconosce. In ogni caso, scrivo le storie che ho voglia di raccontare. Per questo non ho mai il problema della pagina bianca.

 

Negli ultimi anni ti sei dedicato alla saga El capitan Alatriste, vicenda di cappa e spada ambientata nella Spagna del XVII secolo, premiata da un enorme successo.

Il primo è arrivato a quattrocentomila copie nell'arco di alcuni mesi, il secondo ha raggiunto la stessa quantità già nelle prime settimane.

 

I dati delle tue vendite sono sempre impressionanti.

Devo confessare che il primo a sorprendersi sono io.

 

Non sorprende invece che tra i lettori di Arturo Pérez-Reverte ci sia una notevole percentuale di donne. In parte questo può essere dovuto al suo fascino personale, che le lettrici inevitabilmente proiettano sui suoi personaggi. Ma lo scrittore ha una teoria diversa in proposito, in un incontro tenuto nella sede milanese dell'Instituto Cervantes: le donne sono le lettrici migliori, perché sono più complesse. Occorrono pochi minuti per capire come è fatto un uomo, mentre una donna richiede molto più tempo e si può vivere insieme a lei per anni senza riuscire a comprenderla. Le donne nascono con un numero maggiore di informazioni nel loro corredo genetico e per questo, dice Pérez-Reverte, riescono ad appassionarsi a personaggi come i suoi: spadaccini, assassini ed eroi stanchi.


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