IL CAVALIERE DI CLAUDIA SALVATORI

Scritto da  Serena Bertogliatti

cavaliere_dislanda_ridotta1180: Kveld Úlfr viene alla luce nella terra del ghiaccio e del fuoco, figlio di un padre rappresentante la cristianità e di una madre simboleggiante il paganesimo vichingo.
1198: Kveld, da crociato, assiste allo stupro di Costantinopoli da parte degli altri crociati.
1209: Kveld, da cataro, è a Béziers alla ricerca del papa cataro. È presente, quando Arnaud Amaury pronuncia la celebre sentenza sul destino dei catari: «Uccideteli tutti, in Cielo Dio riconoscerà i suoi.»
Il resto è storia. La storia ufficiale in cui si inserisce quella di Kveld Úlfr.
Ho chiesto a Claudia Salvatori, autrice de Il cavaliere d’Islanda (uscito ad aprile 2012 con Mondadori), di sottoporsi a un’intervista per indagare in e oltre a questo romanzo storico.
Partiamo da una questione meta-letteraria.

Kveld è destinato, come la völva gli rivela, a essere un eroe senza saga, un eroe il cui nome sarà dimenticato. Il romanzo innesca così un paradosso, rendendo celebri le gesta (pur inventate) di Kveld. Perché hai scelto di creare un personaggio caratterizzato dalla damnatio memoriae per poi “salvarlo” scrivendo un romanzo?

Bellissima domanda. Creare un paradosso metaletterario era proprio la mia intenzione. Una concessione dichiarata al rischio di “presentificazione” del romanzo storico, cioè raccontare il vissuto contemporaneo nella storia passata.
Kveld è un Lancillotto senza Artù e tavola rotonda. Ho rischiato, rappresentando l'attuale indifferenza verso l'eroismo: indifferenza, non damnatio memoriae (che comunque è un'altra forma del mito, trasforma in angelo del male), indifferenza verso qualsiasi cosa che non sia l'Ego (il proprio, accanto a una moltitudine di altri Ego), inerzia drogata, autoillusa, che non vede e non sente. Non volevo dire che si può essere eroi oscuri, piccoli e dimenticati, come propongono la nostra cultura e morale attuali. Siamo abituati e pensare che facendo in minutissimi pezzi l'eroismo può capitare che una scheggia tocchi anche a noi: e questo dovrebbe bastarci. Per me un eroe è grande, splendente e merita la sua saga.
Accade oggi che il mondo non voglia più santi né eroi, perlomeno non ne vuole di interi, piuttosto ridotti in frammenti talmente minuscoli da essere facilmente gestibili. Pe me, alla fine, è paradossale proprio la nostra epoca, che ci espone all'ansia della vanificazione di tutto. Non al senso della vanità di tutto, che fa parte dell'esperienza religiosa, ma alla vanificazione, che è un fatto culturale. Ogni nostro slancio vitale, amore, progetto, impresa (scusa se divento pomposa) nasce intossicato dalla paura dell'azzeramento.
Si salverà qualcosa? A Hollywood dicono: spiegami in dieci parole perché dovrei fare questo film. Si salveranno quelle dieci parole? Il senso di un'esistenza, un'idea, una scoperta, quello che merita di essere tramandato. Scrivere è la scommessa che qualcosa resti di noi, appeso al baratro dell'oblio e dello scivolamento nel nulla. Si salverà Kveld? Un proiettile di nulla che attraversa un arazzo epico e, reversibilmente, una forza epica che esplode nel nulla. In un certo modo, affermando l'eroismo di un personaggio votato all'oblio, ho cercato di salvare me stessa.

Il cavaliere d'Islanda è in buona parte un romanzo sulla/e religioni e sul misticismo: Kveld, figlio dei culti vichinghi e del cristianesimo, finisce con l'abbracciate il catarismo. Cos'è per te la religione? Che senso e funzione ha?

Kveld rappresenta l'Europa: siamo pagani convertiti al cristianesimo ed eretici, nel senso di "sperimentatori" di diversi modi di essere cristiani. Ultimamente abbiamo approfittato largamente della libertà di rifiutare la religione, o mescolare tutte le religioni del pianeta. Non posso dire che funzione abbia la religione per l'umanità: suonerebbe molto vicino a un'imposizione, a cui sono contraria. La religione andrebbe proposta, non imposta. D'altra parte, trasformarla in una verità relativa a fianco di infinite altre, viverla e farla vivere come se fosse un'inclinazione personale, o un'attività terapeutica, la vanifica quasi del tutto, e anche alla vanificazione sono contraria. È un problema in cerca di soluzione. Io credo che il sentimento religioso conoscerà nuove evoluzioni e prospettive.
Posso dire che cos'è per me la religione: ricerca. Ho avuto slanci verso il misticismo (non slanci mistici, di cui non sono capace) e momenti di furibondo agnosticismo. Leggo e studio, alterno rabbia a una specie di combattuta fiducia. Pascal citava “non mi cercheresti se non mi avessi trovato”. Mi sembra che la nostra epoca sia una perpetua amnesia di Dio: lo avevamo trovato ma nel frattempo abbiamo perduto la memoria. Non mi riconosco nella chiesa cattolica, che nega il sacerdozio alle donne. D'altra parte, nel protestantesimo mi mancherebbero il culto mariano, i santi e i miracoli. Mi piacciono però alcuni teologi protestanti, e non mi dispiace il buddismo. Del resto, i cattolici non mi vorrebbero mai, e anche i materialisti cominciano a guardarmi con irritazione e sospetto.
Inoltre sono affetta dai due grandi virus del nostro tempo: il relativismo e la superbia (in religione si manifesta con la tendenza a selezionare quello che piace delle molte dottrine scartando quello che non piace delle stesse, facendo quella che chiamano “l'insalata mista”). Potrei riconoscermi nella corrente gnostica del cristianesimo. Ci riuscirei... con un po' di fatica e di azzardo, camminando sul filo sospeso nel vuoto dello scetticismo. Purtroppo, per temperamento, avrei bisogno di socializzare le mie tensioni religiose, e non esiste una chiesa gnostica attiva in Europa. Come Pascal, scommetterei sull'esistenza di Dio piuttosto che sulla sua non-esistenza. Basterebbe il fatto che non credo nel Caso a farmi propendere per Dio, ma la ragione vera è un'altra, molto meno speculativa: questa vita fatta di sesso, ristoranti e squadra di calcio, questo Eden per giovanibelliricchiforever, per me è poco. Anche moltiplicata per mille, anche al colmo dei piaceri, sarebbe sempre poco. So che si scandalizzeranno i credenti del Godi-e-poi-non-c'è-più-niente (anche la loro è una forma di totalitarismo). Catara, probabilmente avrei cercato di esserlo. Nel mondo arcaico avrei avuto meno problemi: valori forti incarnati in forze sociali più dirette... sacerdotessa, sicuramente.

All'interno del romanzo vi sono diverse riflessioni sulle relazioni tra malizia, peccato e confessione. Esiste un peccato senza malizia? Esiste una confessione senza peccato?

Un peccato senza malizia, direi di no. La malizia secondo me nasce da due desideri che si escludono a vicenda. Volendo esaudirli entrambi è necessario innescare tutti i meccanismi dell'ipocrisia. Voglio una cosa - la mia religione (o morale laica) me la vieta - trucco la religione per ottenerla, ma in modo che permangano sia la religione che il divieto. Anche la dottrina cattolica ci insegna che per il peccato devono sussistere la piena avvertenza e il deliberato consenso: mi accorgo che non dovrei fare una certa cosa ma la faccio ugualmente, e per farla ugualmente rimanendo dalla parte giusta mento e imbroglio. Si può vivere immersi nella malizia propria e altrui fino a esserne accecati. Nel mondo attuale, poi, non si distingue la malizia dal respiro.
Una confessione senza peccato, direi di sì. Il senso di colpa può esistere senza colpa. Chi ha una coscienza sensibile tende a caricarsela anche del peso di colpe di altri, o dell'intera umanità. Un sentimento di colpa può venire dal fatto (irreversibile e non scelto) di essere nati, dal timor di Dio. I santi si offrono per espiare i peccati del mondo. Per la mentalità moderna è incomprensibile; chi sente in modo religioso si rende conto che il Male è una faccenda molto complessa, non risolvibile con una assegnazione di punizioni agli effettivi colpevoli. Non sono mai quelli a pagare, o non sembra che paghino mai. Il conto arriva spesso a qualcun altro. È uno dei misteri del disegno divino. Si comprende e si accetta più facilmente se superiamo l'egoismo, se pensiamo che la creazione è una totalità in cui siamo tutti parte di tutto. Per come la vedo io un santo ci riscatta tutti, un assassino ci chiama tutti a rispondere del suo crimine.

Qual è il massimo peccato concepito dall'autrice?

Il bullismo, le azioni o insieme di azioni che chiamano bullismo. È peggiore dell'ipocrisia, che talvolta potrebbe essere autodifesa. Se si è soli a vedersela con forze sociali troppo potenti e non ci si vuole consegnare completamente, si diventa ipocriti. Mentre l'aggressività, l'arroganza, il piacere di umiliare e distruggere qualcuno mi sembrano (forse sbaglio) comportamenti non necessari. Se dicono che servono per sfogare rabbia e frustrazione, rispondo che ci sono metodi alternativi. Privare qualcuno della sua dignità mi sembra a volte perfino peggiore che ucciderlo. Mi sento in colpa solo quando ferisco qualcuno interiormente.

Il romanzo è scandito da una domanda: “La bellezza è di Dio o del Diavolo?” Saranno i personaggi a rispondere a ciò nel corso della narrazione. La mia domanda a te è: come sei giunta proprio a questa domanda?

È una specie di ossessione: l'enorme bellezza della creazione mi ha sempre colpita con un'intensità quasi allucinatoria. Che poi la bellezza sia solo nella percezione umana (perché non sappiamo che cosa sia quella che chiamiamo realtà) non cambia il problema. Le varie dottrine, i singoli pensatori hanno posizioni differenti riguardo all'estetica. Non sempre il Bello è anche il Buono. Nel cristianesimo tutto il Male è del Diavolo. Ma il Diavolo si manifesta spesso nella bellezza, che è l'amore di Dio. Il mio gatto è bello, ma ha massacrato due piccioni caduti in giardino. Dovremmo dire che la bellezza del gatto è di Dio, mentre le sue azioni sono del Diavolo? In realtà volevo parlare del problema del male, e pormi alcune possibili soluzioni.

Nel romanzo il tema della morte è molto presente. Oltre alle morti che scandiscono il romanzo, dinnanzi a cui Kveld sembra agire o da psicopompo o da carnefice suo malgrado, vi sono riflessioni sull'approccio alla morte di diversi personaggi, ma soprattutto di diverse confessioni. Hai parlato della morte poiché essa è centrale alle religioni trattate nel romanzo, o invece hai usato queste religioni per poter parlare della morte?

Volevo parlare della morte. Quella fisica, quella che è al centro della domanda religiosa, quella dei tarocchi che significa cambiamento.
Kveld muore molte volte per trasformarsi. Uccide chi e quando non vuole uccidere, perché è agito da forze storiche che non può controllare. Allo stesso modo abbraccia un credo, ma gli tolgono il suo papa. Vuole morire, e non glielo permettono. Lo gettano perfino fuori dalla sua ultima battaglia, dicendogli: piantala di fare l'eroe. Kveld viene continuamente “spostato” da ogni cosa che credeva certa e ferma. L'epica di uno spostato, per la collettività di spostati senza epos che siamo.
In quanto alla morte al centro della domanda religiosa, non ho una risposta. Mi piacerebbe trovare fiducia nella morte. A suscitarmi orrore e paura, più che la morte, è il fatto di esistere, di essere nata. È la mia coscienza a terrorizzarmi.

Come avrebbe detto Kveld de Il cavaliere d'Islanda?

Probabilmente... datemi una vera saga islandese o una vera chanson e fatemici fare il vero cavaliere. Io, al suo posto, direi così: "Rivoglio indietro il mito!"


Questo sito non rappresenta una testata giornalistica con cadenza periodica e non è da considerarsi
un mezzo di informazione o un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici, per saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi, clicca sul link Maggiori info. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll, chiudendo questo banner o cliccando sul pulsante "Accetta", invece, presti il consenso all’uso di tutti i cookie. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information