STRAGE DI ERBA: L'INCHIESTA DI EDOARDO MONTOLLI

Scritto da  Andrea Carlo Cappi

101_2Prima della lettura, nessuno di voi crederà probabilmente che possano essere innocenti. Vi chiedo solo un'ora del vostro tempo. Poi, se avrete come me dei dubbi, diffondetene la lettura tra gli amici e i conoscenti. Fate sapere, prima che il 3 maggio si pronunci la Cassazione. È una questione di coscienza civile, massacrata in questi anni dagli show televisivi a cui non ho mai voluto partecipare. (Edoardo Montolli)

La vita reale è ben diversa dalla fiction, nella realtà non accadono molte delle cose che vediamo in un'opera di fantasia. Ma ci sono occasioni in cui la vita imita l'arte. O, per meglio dire, imita Franz Kafka. L'11 aprile 2011 è uscito sul sito Internet del settimanale Oggi, diretto da Umberto Brindani, un accuratissimo dossier realizzato dal tenace giornalista Edoardo Montolli sulla "strage di Erba": il brutale assassinio la sera dell’11 dicembre 2006 di Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef e sua madre Paola Galli, e della vicina Valeria Cherubini; e dell'aggressione al marito di quest'ultima, Mario Frigerio, unico superstite del massacro.

Nei vari capitoli del reportage è possibile esaminare i documenti originali, che permettono una visione molto più approfondita del drammatico episodio, e ascoltare registrazioni di testimonianze o addirittura conversazioni dei due imputati, intercettate a loro insaputa. Non si tratta di voyeurismo mediatico per solleticare la curiosità morbosa del pubblico, bensì di autentico giornalismo investigativo, che porta il lettore a dubitare dell'interpretazione dei fatti come è stata presentata dai media al grande pubblico in questi anni. E, soprattutto, della colpevolezza dei due imputati (Olindo Romano e la moglie Rosa Bazzi) su cui finora quasi nessuno dubitava. La fiction, stavolta, sembra essere ciò che è stato presentato come notizia.

Personalmente, fino a questo momento ero un inconscio colpevolista: mi capitò anni fa di avere vicini aggressivi, con una storia di spiacevoli "scherzi" ad alcuni inquilini del palazzo (da mattoni che cadevano accidentalmente passando sotto le loro finestre a contatori elettrici esterni spenti a sorpresa); una vicenda che per fortuna si concluse con il loro trasloco, ma mi ispirò in tempi non sospetti un racconto dallo scenario simile a quello di Erba. Tuttavia, leggendo il tuo dossier e soprattutto ascoltando alcune registrazioni, comincio ad avere anch'io seri dubbi sulla ricostruzione ufficiale. Prima di questo dossier – e non certo per ottenere fama e successo, visto che hai sempre rifiutato gli inviti televisivi che ti sono arrivati per questo e altri casi – hai scritto ben due libri di denuncia sulle indagini e i processi riguardanti la vicenda di Erba. Che cosa ti ha portato a dubitare?

montolli1Ho cominciato a occuparmi del caso nel novembre 2007, insieme a Felice Manti su Il Giornale. Tre cose ci lasciarono stupiti inizialmente. La prima è che per undici mesi era stato detto che il testimone Frigerio aveva riconosciuto subito Olindo. E invece ci accorgemmo e scrivemmo che all'inizio, il teste aveva identificato un uomo olivastro, più alto di lui di 6-10 cm (Olindo è più basso di un centimetro), esperto di arti marziali.
La seconda cosa fu che l'avvocato di Frigerio, Manuel Gabrielli, fu il primo a dire di essere stato inizialmente "spiazzato" dal riconoscimento di Olindo, contrariamente a quanto dirà sempre più tardi. L'intervista, registrata, è all'interno del libro multimediale gratuito e sfogliabile direttamente su Oggi.it, con particolari che la maggior parte della gente ignora.
La terza cosa fu la perizia del RIS, che non trovò tracce delle vittime in casa dei Romano, luogo per nulla inquinato dall'incendio seguito alla strage, ben sapendo che i RIS hanno trovato sangue in case tirate a lucido perfino dieci anni dopo un massacro, come nel caso dei Carretta. Poi sono arrivate le confessioni, giunte molto prima del video girato per il criminologo Picozzi da Rosa Bazzi. Ecco, per la prima volta tutti possono leggerle e ascoltarle integralmente nel dossier. Credo che alcuni avranno delle devastanti sorprese. Poi verrà tutto il resto, che mi ha fatto dubitare seriamente che i coniugi siano colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio.

Nell'ipotesi che i due imputati siano innocenti, che cosa potrebbe averli resi i "colpevoli ideali"? Il fatto che fossero manipolabili? La necessità immediata di un colpevole facile da identificare? La macchina dello show-business della notizia?

Nelle intercettazioni che si possono ascoltare integralmente sul libro multimediale, intercettazioni fatte in carcere prima delle confessioni, loro lo dicono perché confessano. E anche quando Rosa dice al marito "non siamo stati noi" e "cosa c'è da confessare?", lui risponde che è per "tagliare le gambe al toro". Sembra surreale ma stiamo parlando di una donna analfabeta e di un marito che chiede la "cella matrimoniale", dipinti a volte come sciocchi, a volte come geni del male. Gli show televisivi hanno pesato parecchio, come dimostro nel libro, mettendo a confronto ciò che è stato detto in tv con quanto risulta agli atti e quanto dichiarato in aula dalle stesse persone che in tv di quegli atti negavano addirittura l'esistenza. Si è creata una leggenda metropolitana, amplificata in tv e assente tra gli atti, diventata addirittura motivazione di colpevolezza nella sentenza di primo grado.

Se si tratta di un errore giudiziario, quale percentuale di colpa può essere attribuita alla stampa e ai media in generale?

Se si tratta di ingiusta detenzione, di certo la stampa ci ha messo del suo. Ancora la sera della sentenza d'appello, a giudizio avvenuto, c'erano giornalisti che negavano che agli atti ci fosse un fatto fondamentale: che i Romano avevano confessato guardando le foto della scena del delitto. Be', ho pubblicato video e atti. Fa una certa impressione riascoltare alcuni loro racconti sapendo che guardano le foto. Perché è stato detto che conoscevano particolari che solo gli assassini conoscevano. Gli assassini e, forse, chi guardava le foto.
Ma nel libro, a riguardo dei media, c'è molto altro. Purtroppo da un decennio a questa parte si fa la tv del dolore. E ogni volta che si apre e si chiude un argomento in tv su un caso di nera si dice sempre: comunque le vittime sono quelle uccise. Ed è una cazzata gigantesca. Perché se gli imputati vengono condannati e in realtà sono innocenti, diventano vittime anche loro. E lo diventano due volte: la prima perché sono innocenti, la seconda perché l'opinione pubblica pretende che chiedano scusa.
E, per essere chiari, non mi riferisco a Erba. Prendiamo il clamoroso caso di Carmine Belli, immediatamente bollato come "mostro di Arce" ma poi acclarato innocente in tutti e tre i gradi di giudizio. In tv continuavano a chiedergli, dopo diciassette mesi di carcere preventivo e dopo la prima assoluzione, se provasse pietà per la vittima. Certo che la provava, ma a che cosa serviva quella domanda? A vedere nei suoi occhi se mentiva, se recitava? Ma mettiti nei suoi panni, cosa penserà in quel momento? È questo che non va bene. Perché è la tv che, anziché guardare gli atti e cercare i fatti, diventa morbosa, studia gli atteggiamenti, analizza il tono delle parole, preda di deliri televisivi sull'infallibilità delle indagini, di superesperti della mente e scemate di questo genere. Perché in realtà è il semplice ritorno ai tempi di Gino Girolimoni, il mostro d'innocenza, quando, siccome non c'era nulla che lo accusava, si guardava a come si vestiva, a come si comportava, ai saluti che faceva, a chi aveva sorriso o fatto il muso. E alla fine lo buttarono in galera così. È passata una vita, abbiamo le supertecnologie ma siamo ancora a quello: agli occhi dell'imputato, alla frase spezzata, al tentennamento. E questo, in processi in Corte d'Assise, dove i giudici sono in gran parte cittadini comuni che guardano la tv, è giuridicamente molto pericoloso.

Da sempre giornalista investigativo, negli ultimi anni ti sei specializzato nell'indagine sugli errori giudiziari. Puoi farci qualche esempio?

montolli2Fui tra i primi a scrivere appunto che Carmine Belli non era affatto il "mostro di Arce", anche se, dopo la prima assoluzione, in tv lo chiamavano ancora il "presunto colpevole".
Scrissi anche del caso di Domenico Morrone in tempi non sospetti: assolto dopo quindici anni grazie a una revisione processuale.
Una delle soddisfazioni professionali più grandi è stata però la battaglia mediatica che ho intrapreso per far restituire tre figli a una famiglia, la famiglia Guccio, cui erano stati tolti perchè un giorno il padre aveva tirato un pugno sul tavolo. Nei cassetti di casa, padre e madre avevano decine di lettere disperate dei bimbi che volevano tornare a casa. C'erano accuse basate su illazioni spaventose dette così, a caso, e prese incredibilmente per buone. Io una cosa così non l'avevo mai vista. Li ho messi in contatto proprio con l'avvocato di Morrone, Claudio Defilippi, e ho iniziato a scrivere e a mostrare le carte ad altri colleghi, e scrissero anch'essi. Alla fine due bimbi dovevano addirittura essere dati in adozione, invece li hanno fortunatamente restituiti ai genitori dopo quattro anni e una lunga battaglia giornalistica.
Anche se la vicenda più incredibile è quella del serial killer tunisino Ben Ezzedine Sebai, tutt'altro che conclusa: un uomo che si è accusato di delitti per i quali, negli anni e definitivamente, sono andate dentro altre otto persone. Uno si è suicidato gridando la propria innocenza. Un altro, che confessò, davanti al giudice, ritrattò dicendo di essere stato percosso. Non fu creduto. Ma siccome durante la confessione disse di essersi liberato della maglia insanguinata gettandola in un tombino e gli investigatori, andati lì poco dopo non la trovarono, i giudici scrissero, giuro, che si "era disintegrata". È una vicenda complessa e troppo lunga da spiegare, ed è tuttora, appunto, aperta, nonostante Sebai abbia fornito plurimi elementi di conoscenza dei delitti confessati per i quali in galera sono finiti altri. Mi fermo qui. Perché poi, per nove mesi mi sono dedicato al libro Il caso Genchi, probabilmente il libro più complesso, sicuramente il più discusso. Ma anche in quella vicenda si trattava di dipanare e muoversi all'interno di un enorme groviglio giudiziario.

Vedo che tra gli "innocentisti" nella vicenda dei coniugi Romano ci sono vari giornalisti che hanno seguito il caso. Questo lascia pensare che più si è informati, più di dubita. Pensi che rivelare gli aspetti sconosciuti al pubblico possa generare un movimento di opinione diffuso e "far trionfare la giustizia", qualunque sia la verità su questo caso?

Questa cosa degli innocentisti è diventata una specie di tormentone messo in piedi da ben precise persone. Ma io non ho tesi, io pubblico notizie. E credo che sia piuttosto pericoloso, in generale, avere delle tesi, delle certezze, siano esse ideologie o pregiudizi. Perché si finisce con il perdere l'obbiettivo. Sono i giudici a giudicare, e forze dell'ordine e pm a indagare. Ma se scopro che forze dell'ordine, pm e giudici possono aver sbagliato, lo scrivo, ovunque le notizie mi portino. L'importante è essere sempre documentati. I movimenti di opinione invece li ho sempre temuti, proprio per le certezze che si portano dietro. Mi fa sorridere l'idea che ci siano addirittura movimenti che si battono contro la riforma della giustizia, non il processo breve, ma la riforma della giustizia, solo perché nutrono astio verso questa maggioranza di governo. Basta farsi un salto sul sito della Corte di Strasburgo per vedere i dati oggettivi di come sia messa l'Italia in materia di giustizia, di gran lunga il paese più condannato dell'UE. E non solo per la lunghezza dei processi, come si dice. No. Perché ovviamente noi confrontiamo sempre la magistratura con la politica, ma non è difficile figurare bene davanti a qualsiasi maggioranza di governo.
Diverso è invece quando la giustizia ha a che fare con il comune cittadino. Gli esiti sono quelli riportati dalla Corte di Strasburgo. E sono esiti imbarazzanti, davanti ai quali ancora, invece di vergognarci, si continua a parlare di luoghi comuni, dell'Italia come "culla del diritto". Tanto nessuno sa. Nessuno vede i dati. Chi vuoi che sappia di Strasburgo? E visto che il CSM, come documenta uno scioccante libro di Stefano Zurlo, La legge siamo noi (Piemme, 2008), non punisce quasi mai i magistrati responsabili di errori, noi continuiamo a pensare che tutto vada bene. E a godere dei nostri luoghi comuni. Finché, per coincidenze del destino, non ci finiamo noi nelle maglie della giustizia. È solo allora che di solito ci si accorge che i tribunali non sono Forum. E che è molto più difficile di quanto si pensi dimostrare la propria innocenza quando tutto ti è contro. E che non ci sono comparse e recite.
E quand'anche il caso fosse mediatico e grosso, solo allora ti accorgi che alla fine del grande spettacolo televisivo, basato su sguardi e gossip, alla fine dello show, quando il sipario si chiude, è la tua pelle che ci va di mezzo. Non di alcuni dei tanti opinionisti, che passeranno a sparlare di nuovi casi, con la medesima incompetenza che hanno mostrato sul tuo, tra uno spot promozionale e l'altro. Inventando tesi sociologiche d'accatto, identikit psicologici pret à porter, invettive e sermoni senza avere la minima cognizione degli atti. Ecco, di solito, chi organizza movimenti d'opinione è questa gente qui. E lo fa a seconda di come tira il vento, la moda, la stagione. E non è che questo fatto mi lasci molto tranquillo.

Né tu né io vogliamo speculare su questa occasione per fare pubblicità ai tuoi libri. Però vorrei farti una domanda. Da qualche anno scrivi anche romanzi, spesso ispirati a ciò che hai visto e vissuto nella tua lunga attività come giornalista investigativo. So che hai ben chiara la diversità tra le due professioni, ma vuoi dire ai nostri lettori qual è la differenza fondamentale tra loro?

I romanzi li concludo come voglio io. Dico ciò che penso io. E soprattutto, c'è sempre un deus ex machina che posso inventare per risolvere il caso. In un'inchiesta no. In un'inchiesta sei costretto a inseguire. E in questo tipo di inchieste, comunque vada, non finisce mai bene. Per nessuno.

Le fotografie di Edoardo Montolli: ©Clara Stella


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