TIGRI, CORSARI E FOTOGRAMMI-2

Scritto da  Michele Tetro

Cap_2._1Dopo la prima parte dedicata al periodo tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, continua il saggio sul cinema basato sull'opera narrativa di Emilio Salgari con... Gli anni Cinquanta: pirati e cacciatori di tigri
Il decennio successivo vede tornare sullo schermo i pirati delle Antille e il cacciatore di tigri (più corretto, salgariamente parlando, di serpenti) Tremal Naik, già visitati precedentemente dal cinema, in nuovi adattamenti che però non raccolsero il favore della critica.
Alla regia del primo dittico, anche questa volta due pellicole girate contemporaneamente nel 1952, vediamo niente meno che Mario Soldati e la produzione De Laurentiis-Ponti, che però non fu certo generosa di capitali, anzi, la messa in scena si rivelò piuttosto fiacca. Ne I tre corsari gli sceneggiatori Age, Scarpelli e De Concini rimaneggiarono alquanto il romanzo Il Corsaro Nero, producendo un mediocre pastiche che fece storcere il naso anche agli appassionati, nonostante si analizzi per la prima volta il passato dell’ex nobiluomo piemontese destinato a diventare pirata, tematica citata solo velocemente anche da Salgari.

Cap_2._2La vicenda vede protagonisti i tre fratelli di Ventimiglia, Enrico (Ettore Manni), Rolando (Renato Salvatori) e Carlo (Cesare Danova), durante la guerra dei franco-piemontesi contro gli spagnoli. Traditi dal capitano Wan Gould (Marc Lawrence), che uccide a tradimento il padre, provoca la caduta della roccaforte degli insorti e li costringe alla fuga verso le Antille su una nave, i Ventimiglia vengono liberati poi dai corsari della Tortuga. Alleati con questi, i tre, divenuti il Corsaro Nero, Verde e Rosso cercano la vendetta su Wan Guld, ora capo della flotta spagnola a Maracaibo.
Dopo numerose avventure e la morte per impiccagione del Corsaro Nero, i fratelli superstiti riescono ad affrontare il traditore e ad ucciderlo in duello: uno di loro impalmerà poi Isabella (Barbara Florian), la figlia del Vicerè. Un curioso ribaltamento di ruoli rispetto al romanzo, che vedeva invece la morte dei Corsari Rosso e Verde e la vendetta del Nero; l’assenza di Honorata Wan Guld nel ruolo chiave di figlia del traditore ma amata del conte di Ventimiglia; il pressapochismo delle scene d’azione (era disponibile solo una fragile mezza nave inchiodata a riva, sulla spiaggia degli Odescalchi di Palo, che costringeva i duellanti a muoversi con cautela); e una seppur riscontrabile ironia da parte del regista destinato a migliori fasti, non contribuirono a rendere indimenticabile la pellicola, né la sua contemporanea gemella intitolata Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, che “eredita” troupe e parte del cast della prima, tra cui la coppia di pirati Wan Stiller (Ignazio Balsamo) e Agonia (l’originale Carmaux, Alberto Sorrentini).
Stavolta è il terzo romanzo omonimo del ciclo salgariano a essere riscritto per lo schermo, ancora in modo non soddisfacente e molto libero. La trovatella Jolly (May Britt, attrice svedese presentata come la nuova Greta Garbo), raccolta dagli zingari ed educata alle armi, in foggia maschile, dal suo tutore, scopre di essere in realtà Jolanda, figlia del celebre Corsaro Nero, ucciso dal traditore Wan Guld (Marc Lawrence). Dopo aver salvato dai briganti la figlia di questi, Consuelo (Barbara Florian), che s’innamora di lei credendolo un uomo, Jolly raggiunge Agonia e Wan Stiller, antichi pirati al seguito di suo padre, e cerca vendetta sul traditore, che intanto ha catturato Ralf (Renato Salvatori), figlio del pirata Morgan (Guido Celano) e suo amante. Dopo una serie di mirabolanti avventure Jolanda sconfigge Wan Guld, abbandonato su una nave-lebbrosario, e riconquista il tesoro di famiglia.
Anche qui molte libertà prese nei confronti del romanzo, che vedeva invece Jolanda e Morgan, antico luogotenente del Corsaro Nero, agire contro il conte di Medina (nel film ruolo attribuito a Wan Guld), e conseguentemente, innamorarsi. Soldati sembra tra l’altro ricordarsi di Capitan Tempesta nel presentarci Jolanda abile spadaccina in vesti mascoline. Forse meglio riuscito a livello spettacolare rispetto a I tre corsari, il film vanta la fotografia di Tonino Delli Colli e la musica di Nino Rota.

Cap_2._3L’anno successivo è la volta per un apocrifo salgariano di essere trasposto sullo schermo, Il tesoro del Bengala, scritto presumibilmente dal figlio di Emilio, Omar, e diretto da Gianni Vernuccio. La vicenda vede protagonista il giovane pescatore bengalese Ainur (Sabù), che deve opporsi agli avventurieri portoghesi e al capo del suo villaggio, geloso dell’amore di Ainur con la bella Karima (Luisella Boni), accordati per depredare un grande gioiello sacro: nel finale Ainur sconfigge in duello il suo rivale e restituisce la gemma al tempio di Parvati. Lo citiamo velocemente perché è forse la prima volta che un attore indiano, Sabù Dastagir (famoso per il suo ruolo eponimo in Il ladro di Baghdad, 1940, e per Il libro della giungla, 1942, qui già in parabola discendente) diventa protagonista di una pellicola italiana d’ispirazione salgariana, prima del Kabir Bedi che impersonerà Sandokan negli anni Settanta.
Due curiosità, relative alla cartellonistica del film: il nome dell’attore Lex Barker appare terzo nei flani originali, ma di lui non c’è traccia nel film, per quanto l’ex Tarzan hollywoodiano fosse destinato a diventare protagonista delle due pellicole salgariane successive di Gian Paolo Callegari, nel ruolo di Tremal Naik; mentre sui cartelloni riferiti alle riedizioni della pellicola a seguito del successo televisivo di Sergio Sollima vediamo, con abile mossa pubblicitaria, un’illustrazione che raffigura proprio Sandokan-Kabir Bedi che assale una tigre!

Cap_2._4Il 1953 segna il ritorno di uno dei personaggi più noti di Salgari, il cacciatore di serpenti bengalese Tremal Naik, protagonista del famoso romanzo I misteri della Jungla Nera e poi compagno di avventura di Sandokan nel prosieguo del ciclo malese. Anche questa volta parliamo di due pellicole girate pressoché nello stesso momento dal regista Gian Paolo Callegari, I misteri della Jungla Nera e La vendetta dei Thugs, entrambe adattamenti piuttosto fedeli dallo stesso libro (esiste anche un apocrifo salgariano intitolato La vendetta dei Thugs ma non ha ispirato il film). A impersonare il cacciatore, stavolta di tigri, salgariano è chiamato appunto lo statunitense Lex Barker – che si era fatto la fama di secondo Tarzan cinematografico dopo Johnny Weissmuller in ben cinque pellicole – qui utilizzato col preciso intento di garantire la vendita del film in territorio americano e poi nel resto del mondo.
A questo scopo a Callegari viene affiancato il regista Ralph Murphy, che ne prenderà il posto nominalmente in molte filmografie americane. La prima parte del dittico segue onestamente il romanzo: nel folto della giungla indiana Tremal Naik e il fedele Kammamuri (Franco Balducci), decisi a vendicarsi dei feroci strangolatori Thugs che hanno ucciso alcuni loro compagni, incappano nella sacerdotessa di Kalì, venerata dagli assassini, che altri non è che Ada MacPherson (Fiorella Mari), figlia del colonnello inglese votato alla distruzione della setta. Tremal Naik se ne innamora ma per averla è costretto dal capo dei Thugs Suyodhana (Paul Muller) a uccidere l’acerrimo nemico europeo. All’ultimo momento Tremal Naik scopre la verità e, alleato con gli inglesi, sgomina i fanatici della dea Kalì, senza riuscire però a liberare Ada.

Cap_2._5La vendetta dei Thugs riprende la vicenda con la fuga dei buoni dal tempio sotterraneo degli strangolatori, ma MacPherson viene ucciso e Tremal Naik accusato della sua morte dagli inglesi. Kammamuri, recuperata la memoria dopo una puntura di uno scorpione gigante, e sua moglie Sulima (Carla Calò) lo liberano dalla prigionia, permettendogli di tornare da Suyodhana per salvare l’amata. In un duello finale Tremal Naik fa precipitare il suo nemico in una fossa di serpenti, poco prima dell’arrivo degli inglesi che debellano i Thugs.
Entrambi i film sono realizzati senza troppi guizzi, lontano dalle fosche atmosfere anche orrorifiche del testo scritto, ma con un certo piglio avventuroso, molto casereccio (è stato girato nei dintorni di Torino e nei boschi di San Rossore, vicino a Pisa, difficili da scambiare per jungle bengalesi), artigianale ma non scadente, nonostante l’abbondanza di cartapesta. Alcune sinossi americane raccontano una trama diversa, con Tremal Naik, esperto cacciatore e guida, originariamente affiancato ai soldati inglesi per debellare i feroci Thugs e solo in un secondo tempo innestato sulla genuina vicenda salgariana, variazioni dovute probabilmente a nuove edizioni e montaggi del film. Sui cartelloni italiani del film un altro poco onesto richiamo alla Tigre della Malesia, non presente come personaggio nella pellicola, con la scritta “Tremal Naik e Sandokan in La vendetta dei Thugs”.

Cap_2._7Penultimo film del decennio, a firma di Primo Zeglio, è il remake omonimo di Il figlio del Corsaro Rosso, 1958, che vede protagonista il collaudato Lex Barker, nel frattempo convolato a nozze a Torino con Lana Turner.
L'attore è a suo agio, con quella vaga aria alla Errol Flynn, nei panni dell’elegante pirata gentiluomo Enrico di Ventimiglia che, assieme a una ciurma di picareschi corsari, si mette alla ricerca della sorella Neala (Vera Silenti), mai conosciuta, catturata dal governatore di Panama (Luigi Visconti), e della marchesa di Montelimar (Silvia Lopez, qui al suo ultimo ruolo), non senza essersi prima vendicato di Van Hais (Giorgio Costantini), l’assassino del padre.
Film veloce e senza pretese, piuttosto fedele al romanzo, esportato assieme ai precedenti due in tutto il mondo, con discreto successo.

Cap_2._8Gli anni Cinquanta si chiudono con il peplum Cartagine in fiamme, dall’omonimo romanzo storico salgariano, una co-produzione italo-francese diretta da Carmine Gallone, in modalità demilliana, che ha evidentemente la pretesa di ripetere le glorie spettacolari di Cabiria (en passant, pare che il capolavoro di Pastrone avesse proprio come fonte “segreta” il romanzo di Salgari), riuscendovi anche in parte.
La storia, dal punto di vista completamente cartaginese (altra tendenza salgariana quella di stare sempre dalla parte dei più deboli mentre stupisce l’approccio di Gallone, che in pellicole precedenti aveva sempre mostrato di voler esaltare la romanità e il suo recupero nel ventennio fascista), ambientata nell’ultima Guerra Punica, narra del condottiero fenicio caduto in disgrazia Hiram (Josè Suarez), innamorato della bella Ophir (Ilaria Occhini), figlia del Capo del Consiglio.

Cap_2._6Nel tentativo di impedire il sacrificio a Baal-Moloch della prigioniera romana Fulvia (Anne Heywood), che a suo tempo salvò la vita al cartaginese, Hiram incappa nelle ire del rivale Phegor (Daniel Gelin) e del giovane guerriero Tsour (Mario Girotti-Terence Hill), cui è destinata Ophir. Fulvia lo aiuta a rapire Ophir, ma poi lui viene fatto prigioniero e da lei nuovamente liberato. L’attacco dei Romani vede Hiram riabilitato alla guida dei Cartaginesi, ma per la città è finita: ferito, ha salva la vita su di una nave, mentre le fiamme distruggono la capitale, dove si è sacrificata per lui Fulvia e ha visto la morte anche Phegor.
Se sotto il profilo dei personaggi siamo nel pieno degli stereotipi di questo genere, le scene d’azione, le battaglie navali e l’incendio di Cartagine sono realizzate con buon piglio spettacolare e drammatico e un cast internazionale di attori (cui si aggiungono Pierre Brasseur e Paolo Stoppa) nobilita la produzione, che alla fine non fa torto al romanzo salgariano.
Le riedizioni della pellicola negli anni Settanta fanno sfoggio di una locandina tedesca che vede in primissimo piano il giovanissimo Terence Hill, in realtà in una parte di contorno, nel frattempo diventato una star internazionale per la lunga serie di film girati assieme a Bud Spencer.

Continua con
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