TIGRI, CORSARI E FOTOGRAMMI-5

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Riprendiamo, dopo un lungo intervallo, la pubblicazione di Tigri, corsari e fotogrammi, il saggio di Michele Tetro sul cinema salgariano. Nella prima parte abbiamo preso in esame il periodo che va dagli anni Venti, con i primi film muti tratti dal ciclo dei corsari, agli anni Quaranta, con le pellicole girate fra Cinecittà e il deserto libico. Nella seconda parte siamo passati alle trasposizioni cinematografiche degli anni Cinquanta, che vedono alla regia figure illsutri come Mario Soldati e Carmine Gallone e tra gli interpreti Lex Barker, Sabu e persino un esordiente Terence Hill.
Nella terza parte siamo giunti alle produzioni degli anni Sessanta, periodo di grande attività del cinema italiano di avventura, in cui tra gli attori salgariani spicca Steve Reeves e tra i registi Umberto Lenzi; per poi arrivare nella quarta parte al momento di maggiore notorietà dei più celebri eroi delle saghe del grande romanziere, Sandokan e il Corsaro Nero (ma soprattutto Sandokan, da molti ancora oggi ricordato soprattutto per la grande produzione televisiva in onda sulla RAI) con la grande stagione di Kabir Bedi e Sergio Sollima degli anni Settanta. E a questo punto arriviamo a...
Gli anni Ottanta: dal Sahara al Bengala

Devono passare ben dieci anni prima che una nuova produzione salgariana possa essere prodotta per il piccolo schermo, nonostante i fasti sollimiani del decennio precedente: nel 1988 Alberto Negrin gira il film televisivo in quattro puntate Il segreto del Sahara, nei cui credits si legge “ispirato ai romanzi di Emilio Salgari”. In realtà non vi è una vera fonte salgariana cui attingere, se non per analogia con generiche ricerche di tesori nel deserto.
cap_5.2Il film è più ragionevolmente un pastiche in salsa salgariana, ma aperto anche alle fascinazioni derivanti da I predatori dell’arca perduta di Spielberg, uscito nel 1981; e a una neonata influenza pulp, che riusciva a mettere insieme istanze lovecraftiane (in una scena vengono letti i versi dell’arabo pazzo Abdul Alhazred, personaggio inventato da H. P. Lovecraft nel suo celebre corpus di racconti weird), avventura esotica e fantastico in un contesto molto spettacolare nell’insieme, per quanto forse un po’ inficiato dalla dimensione propriamente televisiva, nonostante la puntuale versione ridotta per il grande schermo.
La storia, sceneggiata dallo stesso Alberto Negrin con Nicola Badalucco e Sergio Donati, vede l’archeologo Desmond Jordan (Michael York) dedicarsi alla ricerca della Montagna che Parla, un luogo misterioso celato tra le dune del deserto, venerato dalle popolazioni locali. Contro di lui si mettono il sadico luogotenente della Legione Straniera Ryker (David Soul), il capo predone El Hallem (Miguel Bosè), custode delle tradizioni, e lo sceicco di Timbuctù (James Farentino), mentre dalla sua parte si trovano il rinnegato Orso (Diego Abatantuono), il saggio Shalomon (Ben Kingsley) e la bella Anthea (Andie McDowell).
Reso cieco durante la ricerca e aiutato da Anthea a recuperare la vista, Jordan alla fine scopre che la Montagna che Parla è una non meglio specificata entità aliena, che, liberata dai suoi vincoli, torna negli spazi siderali, dopo che tutti coloro che hanno tentato di avvantaggiarsene sono periti. Più vicino forse alle concezioni di un Benoit e del suo libro L’Atlantide che a Salgari, il film-tv, forte di un cast internazionale, della colonna sonora di Ennio Morricone, delle location originali marocchine e di una confezione in grado di intrigare ogni tipo di pubblico, riscuote un certo successo.

cap_5.3Nel 1990 Sergio Sollima tenta un ulteriore approccio ai personaggi salgariani con la sontuosa riduzione per la tv de I misteri della Jungla Nera, coproduzione Italo-inglese in tre puntate di budget elevato (con Pino Donaggio alla colonna sonora e Beppe Maccari alla fotografia), ma gli sfugge il controllo finale dell’opera e la regia viene affidata al collaudato Kevin Connor (regista noto nel cinefantastique per la serie di film d’ispirazione burroughsiana iniziata con La terra dimenticata dal tempo), riservandosi invece la supervisione della sceneggiatura, firmata da Sandro Petraglia e Stefano Rulli.
Anche in questo caso si cerca il connubio avventuroso-fantastico, che in filigrana era già presente nel romanzo originale – per quanto solo a livello di atmosfera quasi horror – giocando su una gestione di personaggi che rimanda sempre al parametro spielberghiano di Indiana Jones (con riferimento soprattutto al film Indiana Jones e il tempio maledetto). Se nella sua linea portante il film tv ricalca fedelmente la trama del romanzo (l’amore del giovane bengalese Tremal Naik per la bella Ada, figlia perduta di un colonnello inglese e votata al sacrificio alla dea Kalì per mani dei feroci Thugs), grandi cambiamenti avvengono per quanto riguarda i personaggi stessi.
cap_5.4Nel libro il cacciatore di tigri e serpenti Tremal Naik e il fedele compagno Kammamuri sono quasi coetanei e l’uno padrone del secondo, per quanto amicissimi; mentre nel film Kammamuri, interpretato per l’occasione da Kabir Bedi (reduce da una non brillante carriera cinematografica), è il più valente dei generali di un re indiano spodestato con la violenza dai Thugs, che riesce a salvare il giovane principino Tremal Naik (Amerjit Deu), spacciandosi poi per suo padre, ritiratosi a vivere sulle rive del Gange come umile pescatore.
Su questa base s’innesca poi la trama originale salgariana, con l’unica differenza del cambiamento di alcuni nomi dei protagonisti, l’innamoramento del giovane per Sarah (Gabrielle Anwar), vergine sacerdotessa dei devoti alla dea Kalì di Mohan Singh (Derrick Branche), già ricercati dal colonnello Edward Corishant (Stacy Keach), che vide la figlia rapita da bambina.
cap_5.5Superati gli equivoci e le incomprensioni con Kammamuri e Tremal Naik, riconosciuta la sua discendenza regale, inglesi e bengalesi si uniscono e distruggono il covo degli strangolatori Thug, anche se il loro leader riuscirà a scomparire magicamente nella jungla (forse in previsione di un sequel mai girato). Attori internazionali (tra gli altri anche Ennio Fantastichini, John Rhys-Davis e Virna Lisi) e confezione di lusso, puntualmente proposta anche al cinema, garantiscono il successo anche di questa produzione, forse un po’ troppo sbilanciata a favore del sentimentalismo delle vicende personali dei protagonisti.

Continua con Gli anni Novanta: la “Tigre” addomesticata


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