TIGRI, CORSARI E FOTOGRAMMI-4

Scritto da  Michele Tetro

Cap_4.1Quarto capitolo del percorso sul cinema salgariano, dopo il primo dedicato agli anni dai Venti ai Quaranta, il secondo sugli anni Cinquanta e il terzo sulle produzioni anni Sessanta.
Negli anni Settanta i romanzi di Emilio Salgari, ancora oggetto di continue ristampe in libreria, raggiungono una nuova notorietà grazie anche all'apporto di un mezzo che finora lo aveva trascurato: la televisione, che renderà Sandokan un idolo di massa anche tra chi non lo ha mai frequentato nella narrativa. È qui che entra in scena il più famoso interprete salgariano, l'attore indiano Kabir Bedi...
Gli anni Settanta: i grandi successi di Sergio Sollima

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I due più celebri personaggi di Salgari, il Corsaro Nero e Sandokan, vengono entrambi fatti oggetto nel 1971 di due nuove riduzioni cinematografiche.
Il Corsaro Nero di Vincent Thomas, alias Lorenzo Gicca Palli, non ha nulla a che vedere con il romanzo omonimo, essendo una curiosa avventura piratesca della coppia Terence Hill-Bud Spencer, né Salgari viene menzionato nei credits (in effetti l’unica cosa che hanno in comune è l’epiteto “nero” del corsaro protagonista, interpretato da Hill e chiamato Blackie).
Le tigri di Mompracem, co-produzione italo-iberica diretta da Mario Sequi, offre una interessante versione, sempre liberamente ispirata, degli inizi di carriera di Sandokan e Yanez, soffermandosi sul loro primo incontro, cosa che neppure Salgari si preoccupò di esplorare approfonditamente nei libri.

Cap_4.3Qui il principe di Borneo (Ivan Rassimov, decisamente fuori parte) finisce incarcerato nelle miniere di sale per aver tentato di difendere la sorella dalle insidie dell’inglese Rosenthal (Lorenzo Terzon); qui conosce il fido Yanez (ritorna nella parte il collaudato Andrea Bosic), Tremal Naik (José Torres) e Kammamuri (Alejandro Dakar), fuggendo quindi con loro nella giungla.
Saputo che la sua famiglia è stata sterminata da Rosenthal e dal marajah di Varauni (Josè Nieto), Sandokan diventa pirata e padrone dell’isola di Mompracem, da cui sferra attacchi contro gli inglesi, rapendo la nipote del nuovo ispettore europeo Guillonk (Angel Menendez), Marianna (Claudia Gravy).
Innamoratosi della giovane, Sandokan la rilascia, raduna i daiachi e attacca il protettorato inglese di Lord Brooke (Luis Davila), sconfiggendo il nemico. Marianna decide di restare con lui, Rosenthal muore in duello.
Quasi nulla rimane dell’originale materiale del romanzo omonimo, i personaggi sono decisamente bidimensionali e le scenografie certo non memorabili. Il film cadde subito nel dimenticatoio, e pareva proprio che qui dovesse chiudersi l’avventura cinematografica dei pirati di Mompracem.


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Ma la Tigre della Malesia è destinata a tornare in pompa magna nel 1976, questa volta attraverso il canale televisivo, ed è subito un fenomeno di costume. Sergio Sollima gira con capitali italiani, francesi e tedeschi lo sceneggiato in sei puntate Sandokan, interpretato da uno sconosciuto attore indiano, Kabir Bedi. È come se il personaggio Sandokan, e con lui tutti gli altri personaggi del ciclo malese, si fosse materializzato, opportunamente al passo coi tempi, dalle pagine dei romanzi di Salgari: l’immaginario collettivo salgariano ebbe di colpo nuovi e definitivi volti per i suoi personaggi, che cancellarono per sempre ogni precedente.

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Girato interamente nelle location reali di India, Sri Lanka e Malesia, tra mille difficoltà produttive, con un budget molto alto per una produzione televisiva (i soldi spesi sono ben visibili sul teleschermo: costumi, comparse locali, allestimenti scenici di mare e di terra, armi, navi), lo sceneggiato vanta la fotografia di Marcello Masciotti, la scenografia e la direzione dei costumi di Antonio Nino Novarese, la produzione di Elio Scardamaglia per la Rizzoli Film.

Pur senza un eclatante battage pubblicitario, la serie tv è immediatamente un successo folgorante. Se anche questa volta la storia è liberamente ispirata ad alcuni romanzi di Salgari (per la precisione il primo, La Tigre di Mompracem e il terzo, I pirati della Malesia) – con innesti dovuti più al lavoro di Sollima, Alberto Silvestri, Mangione e Locatelli, che alla penna del creatore del ciclo – tuttavia l’originale televisivo è, nello spirito, un fedelissimo pastiche salgariano che ha avuto il merito di rilanciare alla grande i romanzi dello scrittore veronese tra i giovani, assieme ad un poderoso e mai visto prima sistema di merchandising comprendente libri illustrati, giochi, fumetti, raccolte di figurine, dischi, costumi di carnevale, eccetera.
Cap_4.6La storia narrata è arcinota: la lotta senza esclusione di colpi tra Lord James Brooke (un impareggiabile Adolfo Celi), rappresentante della Compagnia delle Indie nel Borneo, vero Rajah Bianco, e il pirata Sandokan (interpretato con sanguigno furore e adesione da Kabir Bedi, quello che resterà il suo ruolo migliore), difensore della libertà delle isole malesi; l’amore scoppiato all’improvviso tra la Tigre di Mompracem e la nipote di Lord Guillonk, Marianna (una dolce Carole Andrè); i trucchi, le astuzie e i travestimenti di un simpaticissimo Yanez De Gomera (Philippe Leroy, anche lui indimenticabile in questa caratterizzazione); lo scontro con il rivale in amore e battaglia William Fitzgerald (Andrea Giordana, che re-interpreta magnificamente il William Rosenthal del romanzo, lì personaggio sciapo e secondario, qui devoto ed eroico); l’attacco a sorpresa dell’isolotto dei pirati, Mompracem; la fuga di Sandokan e i pochi superstiti all’interno dell’isola; la morte straziante di Marianna e infine il recupero dei pirati da parte degli isolani, con la consegna della celebre bandiera rossa con la tigre d’oro, simbolo di libertà; l’ulteriore spinta a lottare con l’oppressore inglese nonostante la sconfitta…

Cap_4.7Anche oggi, a distanza di più di trent’anni, nessuno ha dimenticato questo fondamentale prodotto della televisione italiana. Famoso fin dalla colonna sonora (la canzone degli Oliver Onions, ovvero Guido e Maurizio De Angelis, riesce a dare un brivido ancora adesso), il Sandokan televisivo si palesa come un prodotto alternativo al genuino canone salgariano, tuttavia profondamente intriso di Emilio Salgari, e questo è stato il segreto del suo strepitoso successo, forse addirittura insperato.
Sandokan, Brooke, Marianna e Yanez vengono legati l’un l’altro indissolubilmente nell’immaginario fecondato dallo sceneggiato, mentre nei romanzi Marianna appare solo nel primo e Brooke solo nel terzo.
Cap_4.8Tra i pregi dell’originale televisivo oltre la bellezza dei paesaggi, finalmente valorizzati e non più semplici cartoline da sfondo, va ricordato il folto stuolo di caratteristi locali che danno vita ai tigrotti: fra tutti rimangono alla memoria Samshi, nel ruolo di Giro Batol (bellissima riscrittura del personaggio tutto sommato poco incisivo apparso solo in Le Tigri di Mompracem, qui invece fedelissimo e valoroso pirata, indimenticabile nell’ultima, folle azione contro Brooke, quando, crivellato di pallottole, riesce a raggiungerlo col kriss levato per crollare morto a pochi metri da lui, ben diverso dal pur fidato tigrotto del libro); Ganesh Kumar nel ruolo del cacciatore di tigri Tremal-Naik, un selvaggio figlio della jungla che si è volontariamente ritirato dal consorzio degli uomini; e Mohammad Azaz, il grosso dayaco Sambigliong, figura a volte comica, una specie di Bud Spencer del Sud-est asiatico, unico tigrotto ad apparire sempre nel ciclo di romanzi, per quanto molto più anziano e mingherlino.

Cap_4.9Tra le scene madri impossibile non ricordare quella della caccia alla tigre, in cui Sandokan si cimenta in un’acrobazia mortale con la belva, rimasta nelle menti di tutti gli spettatori nonostante l’evidente ingenuità del trucco di sovrimpressione, e soprattutto il matrimonio malese tra la Tigre e Marianna, girato con taglio quasi documentaristico e con grande attenzione agli usi e costumi locali.
Il riscontro di pubblico ottenuto indusse la produzione ad approntare una versione cinematografica dello sceneggiato, divisa in due parti e rimontata; ma l’eccessiva lunghezza del film, che costringeva ad andare due volte al cinema, non si rivelò una carta vincente. Kabir Bedi nel frattempo godette di un prestigioso successo personale, presto esauritosi (almeno sul grande schermo).

Cap_4.10Sempre sotto la guida di Sollima (e dopo l’esperienza di Il Corsaro Nero, su cui torneremo più avanti), tornò ad impersonare il pirata bornese nel 1977 per il sequel (questa volta girato proprio per il grande schermo) La Tigre è ancora viva: Sandokan alla riscossa, affiancato nuovamente da Philippe Leroy, Adolfo Celi e Ganesh Kumar, con l’aggiunta di Terese Ann Savoy nel ruolo della fiera Jamilah, che però non riesce a rivaleggiare con la Perla di Labuan nel cuore del pirata (il personaggio non appare in nessun racconto del ciclo malese), e di Nestor Garai, il laido e grottesco governatore di Mompracem.
In questa nuova pellicola Sandokan, ritiratosi in India dopo la morte di Marianna, viene rintracciato dai vecchi amici e convinto a tornare a combattere contro Brooke. Una nuova storia d’amore sembra sbocciare tra il pirata e la bellicosa Jamilah, ma lo spunto non viene approfondito nel film.
Cap_4.12Questa volta il Rajah Bianco avrà la peggio, e la stessa isola di Mompracem, caduta in mano degli inglesi, sarà riscattata nella battaglia finale.
Massimo Foschi interpreta il ruolo di Teotokris, il machiavellico esule greco apparso più volte nel ciclo salgariano; Sal Borgese quello di un allegro (e improbabilmente “mediterraneo”) Kammamuri; tornano poi Samshi nella parte del capo dei daiachi, e il maestro d’armi Franco Fantasia (già apparso nello sceneggiato nel ruolo del probo capitano Van Doren) in quello di un ufficiale inglese.

Cap_4.11_2In complesso il film è gradevole, pieno d’azione, un po’ goffo in alcune parti (le vittime dei Thugs hanno al collo serpenti palesemente di gomma), disimpegnato e dal ritmo più serrato rispetto alla sontuosità a volte un po’ statica dello sceneggiato, anche se forse si ravvisa uno sfarzo produttivo minore, soprattutto a livello di scenografie (il film è girato prevalentemente in esterni, sempre on location).

Sollima batté il ferro finché era ancora caldo, “saccheggiando” da Salgari anche nel ciclo dei Corsari delle Antille: sempre nel 1976 girò, per il grande schermo, Il Corsaro Nero, riproponendo inevitabilmente Kabir Bedi nel ruolo di Emilio, Conte di Ventimiglia, il funereo pirata italiano bramoso di vendetta sugli spagnoli sterminatori della sua famiglia, e Carole Andrè in quello di Honorata, figlia innocente del crudele Wan Guld (un bravo Mel Ferrer). Con loro molti volti già visti nella saga di Sandokan: Sal Borgese (Carmaux) e Franco Fantasia (Wan Stiller), cui si uniscono tra gli altri Angelo Infanti, Mariano Rigillo, Pietro Torrisi.

Cap_4.13La storia propone un Corsaro Nero invincibile giustiziere, ricalcando alcune situazioni dei precedenti lungometraggi e fondendo i primi due romanzi del ciclo dei corsari, appunto Il Corsaro Nero e La regina dei Caraibi, optando per un lieto fine che mancava in Salgari (nel terzo romanzo del ciclo, il Corsaro Nero, tornato in patria, sarà ucciso mentre lotta contro gli invasori del Piemonte). Godibile e spettacolare, girato interamente a Cartagena, Colombia, il film è un susseguirsi di scontri, duelli, sparatorie e fughe nella jungla, l’ambientazione è suggestiva, i personaggi vividi e colorati, il ritmo quasi da western all’italiana.
Gli sceneggiatori (Alberto Silvestri e lo stesso Sollima) giocano liberamente col materiale salgariano ma come già successo per il Sandokan televisivo tutto lo spirito dello scrittore veronese non è tradito bensì esaltato. I cambiamenti rispetto ai libri sono evidenti ma non negativi: più spazio ai fratelli di Emilio, Amedeo (Jackie Basehart, il Corsaro Rosso) ed Enrico (Niccolò Piccolomini, il Corsaro Verde), già cadaveri quando appaiono nel romanzo, qui invece in gustosi ruoli picareschi, briosi e spacconi; la servetta Yara si trasforma in una splendida ragazza-sciamana india (Sonja Jeannine), il cui destino si intreccia con quello del Corsaro Nero nell’ansia di vendetta contro lo sterminatore dei suoi fratelli, massacrati in un villaggio dagli spagnoli di Wan Guld; il pirata in erba Henry Morgan (Angelo Infanti) dà sfoggio di un’inventiva strategica d’inizio carriera già votata a grandi fasti futuri; l’allampanato e simpatico spagnolo Don Bartolomeo, che diventa nel romanzo alleato dei pirati, muta nome e connotati in Josè (un sorprendente Tony Renis), infiltrato traditore che si redime per amore di Yara; un buon cameo è offerto al valoroso Conte di Lerma (Mariano Rigillo).

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Come valore aggiunto, gli sceneggiatori giocano un po’ col fantastico, facendo compiere in nome di Satana un terribile giuramento al Corsaro Nero, per tutto il film ossessionato dalla presenza dei fantasmi dei fratelli morti, che però, alla fine, gli impediranno di uccidere il nemico incrociando le loro lame sulla sua spada, evitandogli di compiere la vendetta sul padre della donna che ama.
Inoltre, la preveggenza di Yara, in punto di morte dopo che Wan Guld si è immolato nella distruzione del suo veliero, spiana la strada a Emilio, destinato a ricongiungersi con Honorata in seguito al suo abbandono in mare, ora che più nessun giuramento è di ostacolo per il loro amore.
Cap_4.16Anche l’aspetto anticolonialista è ben evidenziato nel film, palesemente dalla parte degli indios vessati dai più potenti, con il Corsaro Nero nobilmente impegnato nel difendere gli oppressi dal potere imperialista spagnolo. E un particolare apprezzamento andrebbe evidenziato nei dialoghi spumeggianti, molto salgariani (Wan Stiller e Carmaux: “Toh! Il finto morto!”, “Un’idea di Morgan, compare!”, “Ah, che cervello!”). Unico neo, la goffaggine imperdonabile delle scene in mare, a bordo dei galeoni, evidentemente troppo costose per essere rese adeguatamente. L’abbordaggio in notturna della nave di Honorata è girato in studio, quindi palesemente finto, e gli stessi velieri sono tutt’altro che spettacolari o per lo meno verosimili. La “Folgore” del Corsaro Nero (“magnifico legno”, nel romanzo) qui sembra una piccola bagnarola, errata in dimensioni e francamente poco adatta a qualsivoglia scontro marittimo.
Ma nel complesso il film non delude, appassiona e diverte, pur recuperando sequenze e situazioni già viste in Sandokan (una per tutte la fuga in mare del pirata, in entrambi i film), con personaggi semplici ed efficaci, ben interpretati da tutti gli attori in campo: Kabir Bedi, più asciutto nel fisico, rende magnificamente la figura del Conte di Ventimiglia, ne è quasi l’incarnazione vivente, mentre fredda e altera si rivela questa volta Carolè Andrè. Tutti all’altezza i comprimari, un cast internazionale perfettamente a suo agio nei propri ruoli. Il successo al cinema è discreto ma non paragonabile all’originale televisivo dell’anno precedente. Tuttavia Sollima non aveva ancora finito con gli eroi salgariani…

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Continua con
Gli anni Ottanta: dal Sahara al Bengala
Nel video: la sigla iniziale della serie televisiva.


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