TIGRI, CORSARI E FOTOGRAMMI-3

Scritto da  Michele Tetro

Cap_3.1Dopo il capitolo sul periodo dagli anni Venti agli anni Quaranta e quello sugli anni Cinquanta, proseguiamo la ricostruzione del cinema salgariano giungendo ora alle apparizioni di Sandokan e Yanez... Gli anni Sessanta: da Ischia a Singapore
Non ha un preciso riferimento all’opera di Emilio Salgari il primo film degli anni Sessanta – se non un blandissimo rimando al romanzo Jolanda, la figlia del Corsaro Nero – né il nome dello scrittore veronese appare nei credits: citiamo quindi velocemente Morgan il pirata, uscito nel 1960 a firma congiunta Primo Zeglio-Andrè De Toth, pellicola per tutta la famiglia che vede le avventure di Henry Morgan (Steve Reeves), da schiavo a corsaro, innamorato della bella Ines (Valerie Lagrange) e alleato prima coi filibustieri e poi con gli inglesi stessi per la conquista di Panama e del suo ricco bottino.

Storia convenzionale, girata con brio ma nulla di più, che a suo tempo non soddisfò molto l’ente turistico dell’isola d’Ischia, dove furono girato gli esterni, evidentemente desideroso di una ricaduta economica maggiore.
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Il decennio però vede il debutto cinematografico di un altro beniamino salgariano, Sandokan, la Tigre della Malesia, nella coppia di film diretti dal regista Umberto Lenzi (destinato a futuri fasti nei generi horror, thriller, bellico e poliziesco all’italiana) che furono, finalmente, girati nelle location originali di Ceylon e Singapore; anche se, con tutta sincerità, l’apporto paesaggistico non va oltre il semplice sfondo da cartolina (vi furono tra l’altro alcuni problemi produttivi, poiché i film vennero girati proprio durante la separazione di Singapore dal Commonwealth Britannico e l’unione, poi fallimentare, con la Malesia).
Entrambe girate con il contributo di capitali francesi e spagnoli, le due pellicole hanno nuovamente come protagonista l’ex Mister Universo Steve Reeves, diventato famoso in Italia e nel mondo per aver interpretato Ercole in diversi peplum italiani, che incarna un Sandokan con pizzetto, di fredda bellezza, poco probabile e quasi imbalsamato, piuttosto statico ed elegante, forse più simile a Sinbad che a un pirata malese e senz’altro privo del carisma necessario per un tale ruolo (ma perlomeno non rovina tutto facendo sfoggio di muscoli non richiesto).
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In Sandokan, la Tigre di Mompracem (1963), l’eroe eponimo deve liberare il proprio padre, sovrano bornese spodestato dagli inglesi, dalla prigionia, aiutato dal fido Yanez (un altrettanto improbabile Andrea Bosic, con tanto di casco coloniale) che con lui rapisce la nipote del governatore inglese, Mary Ann (Genevieve Grad), destinata a cadere innamorata di Sandokan.
Cap_3.4Dopo aver attraversato jungle dense di pericoli, paludi e foreste infestate da cacciatori di teste, il pirata e i suoi tigrotti non riescono nella loro impresa salvifica, ma sono pronti a ritornare, l’anno successivo, nel seguito I pirati della Malesia, dove stavolta Sandokan (confermato Reeves nel suo ruolo, così come Bosic in quello di Yanez) deve aiutare la legittima principessa Hada (Jacqueline Sassard) a riconquistare il trono sottrattole dagli inglesi di lord Brooke (Leo Anchoriz).
Come si vede si tratta di film solo liberamente ispirati agli eroi salgariani del ciclo della Malesia, generalmente piuttosto poveristici nei mezzi e nei costumi, sovente goffi nell’andamento, ma dotati di discreto ritmo nelle scene d’azione, riuscendo a mettere in campo anche i personaggi minori dei romanzi, come i tigrotti Sambigliong, Giro-Batol, Patan, Tanadurian.
La coppia di film ottenne un buon successo, forse più oltreoceano che in Italia. Risultato indubbiamente migliore Lenzi riesce ad ottenerlo adattando nel 1964 un altro romanzo di Salgari, vero manuale dell’avventura: La montagna di luce, pur sempre nell’ottica del “liberamente ispirato”.

Cap_3.5Se lo scrittore veronese aveva fatto protagonisti del suo racconto due amiconi, Indri, ministro del marajah di Baroda, e Toby Randal, cacciatore inglese, caduto il primo in disgrazia per aver aiutato un paria e costretto, per riscattarsi, a trafugare al rajah di Panna il celebre diamante Ko-hi-noor (la “montagna di luce”, storico gioiello di ben ceontosei carati) per farne dono al tempio di Brahma, Lenzi trasforma la coppia in un giocatore ed avventuriero, Allan Foster (Richard Harrison), in debito di gioco con il rajah di Punjab, e in un imbroglione indiano, Sitama (Wilbert Bradley), entrambi soci forzati per rubare la gemma.
Prima alleati nell’impresa e poi avversari, i due avventurieri finiscono con il tentare di fregarsi l’un l’altro e il diamante troverà definitivamente la propria collocazione sulla corona della regina Vittoria. Film avventuroso, dinamico, ben scenografato, divertente (soprattutto nei rapporti tra i due protagonisti), sembra quasi un Indiana Jones ante-litteram, a riconferma della bravura degli artigiani italiani al loro meglio. La riedizione del film vide il titolo mutato in Sandok, la montagna della luce, con l’impiego di un nome fasullo a richiamo di quello di Sandokan (e che era già stato utilizzato da Lenzi per la precedente produzione Sandok, il Maciste della giugla).

Cap_3.6Contemporaneamente a Lenzi, un altro regista italiano realizzò due pellicole incentrate su Sandokan, avvalendosi stavolta di capitali tedeschi. Si tratta di Luigi Capuano, che gira nello stesso tempo, nel 1964, Sandokan alla riscossa e Sandokan contro il Leopardo di Sarawak, per i quali valgono i giudizi già espressi per le prime due pellicole di Lenzi: film veloci, un po’ goffi, non particolarmente fantasiosi, poveri nei mezzi, con attori piuttosto inespressivi (Ray Danton e Guy Madison, mutuati dal western americano e italiano).
Nel primo, molto vagamente ispirato al romanzo omonimo, il principe Sandokan (Ray Danton), dopo aver scoperto di essere figlio del sultano di Sarawak, ucciso dai bianchi usurpatori guidati da sir Charles Brooke (Mario Sequi) e dall’infido Teotokris (Raf Baldassarre), cerca vendetta con l’aiuto del fido Yanez (Guy Madison), rajah dell’Assam, e dei compagni Tremal Naik (Alberto Farnese) e Kammamuri (Sandro Moretti).
Mentre nel secondo, diretto sequel (un romanzo omonimo è accreditato al figlio di Salgari, Omar), per vendicare la morte del padre ucciso da Sandokan, Brooke, soprannominato il Leopardo di Sarawak, fa rapire Samoa (Franca Bettoja), moglie del pirata, ipnotizzandola e inducendolo nuovamente a prendere le armi contro gli usurpatori già vinti nel film precedente. Nel duello finale Sandokan riesce a uccidere l’acerrimo nemico. Blanda avventura, risultato modesto. Da notare il cartellone di quest’ultimo film, che nelle riedizioni illustra il Sandokan impersonato da Kabir Bedi nello sceneggiato di dodici anni dopo!
Cap_3.8L’attore Guy Madison ritorna nel successivo adattamento di Capuano, il remake di I misteri della Jungla Nera, 1965, questa volta però nei truci panni di Suyodhana, il leader della setta dei Thugs, devoti alla dea Kalì. La nuova versione è sostanzialmente fedele al romanzo ma girata a bassissimo costo e senza particolari guizzi d’inventiva.
Rapita da bambina dai Thugs, che la vogliono fare loro sacerdotessa all’età giusta, la giovane Edy (Inge Schoner) è cercata per quindici anni dal padre, il colonnello MacPherson (Peter Van Eyck). Un giovane cacciatore di serpenti, Tremal Naik (Giacomo Rossi Stuart), con il fido compagno Kammamuri (Nando Poggi) lo aiuta ma finisce catturato dai Thugs e costretto, pena la morte della fanciulla (comunque già destinata a un sacrificio rituale), a uccidere il militare. Tuttavia dall’alleanza tra i due scaturisce la riscossa, che porta alla morte di Suyodhana e alla distruzione dei fanatici adoratori di Kalì. Anche in questo caso gli attori non brillano per espressività e i toni spettacolari sono piuttosto mediocri.
Ultimo approccio di Capuano alle tematiche salgariane è il film L’avventuriero della Tortuga, 1965, liberamente ispirato al romanzo Gli ultimi filibustieri (in effetti l’unico vero contatto è l’utilizzo di alcuni personaggi minori), che racconta le avventure di Pedro Valverde (Rik Battaglia), pirata che agli abbordaggi preferisce fidanzarsi con le più ricche fanciulle dei Caraibi per poi piantarle in asso una volta messe le mani sulla dote anticipata. Mal gliene incoglie quando si innamora davvero di Soledad (Inge Schoner), principessa spagnola che deve recuperare una favolosa eredità ambita anche dal governatore di Santa Cruz, Alfonso di Montelimar (ancora Guy Madison), ma tra una vicissitudine e l’altra riesce a sposare Soledad e a fuggire con lei e il tesoro.
Cap_3.9Chiudiamo gli anni Sessanta con la riproposta di I predoni del Sahara (più giusto dire la prima versione completa, dato che il film omonimo del 1942 non vide mai la luce), uscito nel 1966 per la regia di Guido Malatesta, che si firma James Reed mirando al mercato estero. Pellicola girata con un certo dispendio di mezzi, tenendo d’occhio gli stilemi del western americano, racconta la storia dei due fratelli Flatters, Dorothy (Pamela Tudor) e Daniel (Nino Fuscagni), impegnati nella ricerca del padre archeologo (Carl Tamblyn), scomparso tra le tribù sahariane dei Tuareg, e aiutati da un avventuriero di dubbia fama, Ronald Wayne (George Mikkel), che alla fine dimostrerà il suo valore combattendo contro i beduini del deserto guidati dall’antagonista El Melah (Enzo Fieramonte) e salvando addirittura un cospicuo tesoro. Poco a che vedere con i personaggi (il Marchese di Sartena, la bella Esther, i fedeli compagni Rocco ed El Haggar) e con il romanzo originale, che già poteva costituire una sceneggiatura bell’e pronta, ma una efficace, per quanto senza pretese, riduzione moderna solo liberamente ispirata.

Continua con
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