MAD MAX: SU TUTTE LE FURIE

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mad-max-poster«È così che il mondo finisce, è così che il mondo finisce. Non con uno scoppio, ma con un gemito.» Con questa suggestiva citazione tratta da I quattro quartetti di T.S. Eliot si apriva uno splendido romanzo dello scrittore Nevil Shute, L’ultima spiaggia, per puro caso riproposto da Urania Mondadori proprio nel momento in cui esce nei cinema Mad Max- Fury Road. E tra breve in questo articolo si parlerà del nuovo film di George Miller, di motori arroventati, corse sfrenate tra implacabili scambi di colpi da un veicolo all’altro, piste infuocate in una terra desolata, inseguimenti forsennati, lamiere contorte ed esplosioni incessanti. Non certo di gemiti, quelli si sentono a malapena. Ma il mondo di Max Rockatansky è già finito da un pezzo. E la frontiera del dopo-Apocalisse passa per l’Australia.


mad max italianoDa L’ultima spiaggia sono stati tratti uno struggente film di Stanley Kramer del 1959 con Ava Gardner e Gregory Peck (fra le molte stelle del cast) e un coinvolgente rifacimento del 2000 con Rachel Ward e Armand Assante, diretto da Russell Mulcahy (chi ha detto che i remake devono essere sempre film di serie B?) . Romanzo e adattamenti per lo schermo narravano dell’apocalisse nucleare vista da una prospettiva agli antipodi: l’Australia non è stata coinvolta direttamente nel conflitto, ma è ugualmente condannata dal fallout nucleare. Ovvero «il vento radioattivo» di cui cantavano – all’insaputa, credo, della stragrande maggioranza di chi ci ballava sopra nell’estate 1983 e anche dopo – i Righeira nella loro Vamos a la playa. Non si può mai sapere dove si nasconda una citazione colta, che mette insieme in un tormentone estivo un poeta anglo-americano, un romanziere anglo-australiano e l’angoscia della bomba che giusto nel 1983 si manifestava nel film The Day After di Nicholas Meyer.

Ma nel 1979, quando esce il primo Mad Max (nell’edizione italiana Interceptor, dal nome dei veicoli della polizia che percorrono a tutta velocità le strade australiane nel tentativo di ristabilire una parvenza di giustizia) lo scenario non è ancora quello di un'apocalisse fatta e finita. In questo film di George Miller (regista e co-sceneggiatore) siamo semmai in un contesto di estrema guerriglia urbana – pensiamo a Distretto 13 Le brigate della morte firmato da John Carpenter nel 1976 – trasportato ad alta velocità su sconfinati nastri di asfalto australiani. In un futuro prossimo e imprecisato, una squadra di sbirri motorizzati se la deve vedere con un branco di biker strafatti, agli ordini di un certo Toecutter, che vivono di rapine, stupri e sopraffazioni. E ad avere la peggio sono i poliziotti, che devono vedersela con più scappatoie legali di quelle che già tollerava a stento l’ispettore Callaghan nei film con Clint Eastwood, e con le vendette personali della banda di Toecutter. Vale a dire una lenta e inesorabile discesa nel caos e nell’anarchia... e non nel senso più nobile del termine, malgrado una delle strade su cui si svolge l’inseguimento di apertura di chiami proprio Anarchy Road.

Road-Warrior-PosterNe fa gravemente le spese un poliziotto, giovane ma sempre più disilluso, di nome Max Rockatansky, che alla fine diventa il Max Furioso del titolo, ruba un’Interceptor V8 dal garage della polizia e si trasforma in un castigo di Dio per coloro che lo hanno colpito negli affetti più cari. Insomma, come si direbbe all’americana, Death Wish On Wheels, un Giustiziere della Notte su quattro ruote. Il film, ruvidamente anni Settanta con qualche lieve tocco grottesco, si fa notare in giro per il mondo ed esce persino in Italia. Il protagonista è un acerbo, poco più che ventenne Mel Gibson (americano di nascita ma in Australia da un decennio), non ancora lanciato verso la carriera internazionale che presto lo porterà al successo negli USA. Ma è solo l’inizio: il successo permette di realizzare un secondo film, ancora più ambizioso.
È con Mad Max2/The Road Warrior, ovvero Interceptor – Il guerriero della strada, del 1981, che si sviluppa appieno il concetto cui in Italia l’ingegnere-scrittore Roberto Vacca aveva già dato un nome nei primi anni Settanta: medioevo prossimo venturo. Qui ritroviamo Max a bordo della sua Interceptor V8 in uno scenario ancora più disastroso di nuova barbarie. Si accenna a passati, distanti conflitti tra grandi potenze, ma senza precisare cosa sia successo. Fatto sta che le tracce della civiltà sono ormai rarefatte e il bene primario è la benzina, introvabile ma necessaria per gli spostamenti sulle strade nel deserto delle bande motorizzate e degli avventurieri solitari come Max. E lo scenario si fa decisamente western.


mad max 2L’eroe finisce in un avamposto assediato dalla gang di tale Humungus: gli abitanti estraggono e raffinano il petrolio e sono in grado di difendersi, ma non potranno resistere a lungo. L’ex-poliziotto accetta di aiutarli, recuperando avventurosamente un'autobotte utile a trasportare le loro scorte di carburante, in cambio di una riserva di benzina per l’Interceptor. Senonché, lasciato l’avamposto con tutte le intenzioni di non immischiarsi ulteriormente nella vicenda, Max si salva per un pelo dalla rappresaglia di Humungus. Non gli resta che tornare ad allearsi con gli assediati. Così troviamo lo stereotipo del fortino circondato da una tribù ostile – tema caro anche a John Carpenter – e ulteriori suggestioni che sembrano derivare dal cinema di Sergio Leone, dall’eroe sempre più cinico all’ambigua alleanza-rivalità con un compagno di sventure (il pilota di un autogiro), per arrivare al clamoroso finale con un altro standard del western: l’assalto alla diligenza, che in questo caso è l’autobotte ambita dalla banda di Humungus. Una nota pittoresca: il ragazzino selvaggio, letale con il suo boomerang, che fa da efficiente spalla "indiana" al protagonista.

MaxMaxIIINel 1982 esce un altro caposaldo della fantascienza action apocalittica, 1997-Fuga da New York di John Carpenter, che diventa, insieme al secondo Interceptor, l’ispirazione di film come 1990 – I guerrieri del Bronx e relativi seguiti. Quando Max appare per la terza volta, nel 1985, è ormai famoso anche in Italia e il suo nome appare persino nella traduzione del titolo, Mad Max oltre la Sfera del Tuono (Mad Max Beyond Thunderdome nell’originale). Stavolta il western è dichiaratamente post-atomico: si fanno espliciti riferimenti alla radioattività e si intravedono scenari di distruzione bellica. Ma stavolta qualcosa non funziona, nel film diretto a quattro mani da George Miller e George Ogilvie. La produzione è di stampo più hollywoodiano, il budget è aumentato, ma si perde almeno in parte la forza dei primi due film. Persino la musica di Maurice Jarre (è stamo parlando dell’autore della colonna sonora di Lawrence d’Arabia e Il dottor Zivago!) fa rimpiangere quelle dell’australiano Brian May nelle due pellicole precedenti.
Stavolta Max, incrociato di nuovo il pilota de Il guerriero della strada, ora alla cloche di un piccolo aereo (si veda però la nota in appendice), finisce a Bartertown, la città del baratto. E l’unica cosa che ha da barattare, per recuperare l’autocarro trainato da dromedari che gli è stato sottratto dall’infido pilota e dal figlioletto di questi, è la sua capacità di combattere. Per cui viene condotto da Aunty (Tina Turner, che canta anche le due canzoni dei titoli). Costei, sovrana assoluta della città, lo incarica di un lavoro sporco, in tutti ii sensi.
Bartertown si alimenta del metano prodotto dallo sterco dei maiali allevati in una centrale controllata da Master-Blaster, entità costituita da un nano, la mente, a cavalcioni di un gigante decerebrato, il braccio; Max dovrà trovare un pretesto per sfidare il gigante e finire a combattere a Thunderdome, l’arena locale in cui si risolvono le controversie con la morte di uno dei due contendenti. In questo modo Aunty (letteralmente: zietta) non dovrà più soggiacere al ricatto energetico di Master-Blaster.

Max vince il combattimento, ma si rifiuta di uccidere Blaster, che viene ugualmente soppresso una volta sconfitto. Per la sua disobbedienza, l’eroe viene esiliato nel deserto, dove sarà salvato da una comunità di ragazzini – da bambini piccoli a teenager – che lo conduce nel proprio rifugio tropical-verdeggiante e lo scambia per una sorta di messia. I ragazzi, che parlano un bizzarro inglese e hanno idee piuttosto confuse sul prima e dopo la catastrofe, si dividono in una fazione che vuole andare in cerca di una città mitica – Sydney, in realtà ormai distrutta – e chi segue il consiglio di Max di restare nel loro piccolo paradiso terrestre. Il gruppo dei dissidenti fugge però nel deserto e tocca a Max andarli a salvare; a quel punto l’unica scelta è tornare a Bartertown e, già che c’è, salvare Master ormai schiavizzato e seminare rovina e distruzione.
Questo è il momento peggio riuscito del film, che a tratti sembra scadere in una parodia di Indiana Jones, per risollevarsi quando finalmente si riprende uno dei temi più efficaci della serie: l’inseguimento ad alta velocità. Il gruppo dei buoni fugge lungo una linea ferroviaria, braccato dai veicoli a motore di Aunty e dei suoi sgherri, riproducendo stavolta il classico assalto al treno dei western. Buona scena di azione, priva però del pathos del finale della pellicola precedente.


mad max fury roadSarà effetto di troppe mani al timone, ma alla fine non c’è troppo da stupirsi se dopo questo film passeranno trent’anni perché la Warner decida di riprendere in mano il marchio Mad Max. E con Fury Road George Miller pare avere mano libera e raffinati effetti speciali a propria disposizione. Il risultato è un film visionario, ancora più road movie dei precedenti, senza cadute di stile, con suggestioni estetiche da fumetto d’autore. Il retroscena non è più necessariamente un conflitto nucleare, anche se si accenna alle "guerre del petrolio", le neoplasie impazzano e nei territori desertificati scorrazzano piccoli rettili e due teste.
Ora Max ha il volto di Tom Hardy, che si presenta fin dal principio come un ex-sbirro ossessionato dal ricordo di tutti coloro che non è riuscito a salvare. Pazzo, più che furioso. Lo incontriamo nei pressi di un’auto che ricorda la vecchia Interceptor V8, non abbastanza rapida da sfuggire all’orda barbarica del mostruoso Immortal Joe. Questi è il signore assoluto di una cittadella costruita sulle pareti scoscese di una montagna che nasconde sorgenti illimitate di acqua incontaminata, la base del potere del dittatore. La sua comunità è dominata da un culto simil-nordico i cui guerrieri sono pronti a immolarsi per trasferirsi nel Valhalla. E i suoi predoni saccheggiano di tutto: donne, veicoli e... scorte di sangue umano. È proprio questo ciò che Max rappresenta per loro.
Quando Furiosa (Charlize Theron), con il pretesto di un rifornimento di proiettili e carburante nelle comunità consorziate – Gastown e Bullet Farm – parte a bordo di una "blindocisterna", in realtà contrabbanda fuori dalla cittadella uno dei beni più preziosi di Immortal Joe. Scoperto il furto, i guerrieri partono per l’operazione di recupero e si portano dietro la "sacca di sangue" rappresentata da Max. Appena questi riesce a liberarsi, da bravo eroe cinico, pensa di mollare Furiosa e il suo prezioso carico nel deserto, ma è costretto a venire a patti con lei e a unirsi alla sua fuga verso la libertà. Ed ecco che entra in gioco un altro stereotipo del western: la carovana verso l’ignoto, che deve affrontare avversità di ogni genere e assalti in corsa dagli inseguitori.
Non che tutto il film sia solo cacce ed esplosioni: le sequenze adrenaliniche si alternano a momenti di respiro, a pennellate sui personaggi e a un sempre maggiore coinvolgimento tanto di Max quanto dello spettatore. Stavolta l’occasione di rispolverare un eroe di successo del recente passato non è stata affatto sprecata e non ha generato un sequel raffazzonato o un banale reboot. Ne è uscito invece, forse, il miglior film dell’intera serie.

Un esame più approfondito del nuovo film nel blog Posthuman:

http://www.posthuman.it/cinema/mad-max-torna-la-furia-on-the-road

Nota: il sempre attento Michele Tetro segnala un dettaglio importante. Benché interpretati dallo stesso attore, Bruce Spence, ovvero il Donald Sutherland degli antipodi, il "Gyro Captain" del secondo film e "Jedediah the Pilot" del terzo non sono lo stesso personaggio, ma due persone diverse, casualmente incarnate dallo stesso attore, scelto per entrambi i film. Lo ha precisato lo stesso Spence in un'intervista. Anche se la percezione generale del pubblico era che si trattasse dello stesso personaggio, che aveva solo cambiato velivolo.

 


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