LA DONNA CHE RACCONTAVA PALLE DI NEVE

Scritto da  Andrea Carlo Cappi

snowman_90C’è una frase che ho sentito diverse volte, naturalmente non dai miei lettori: “Io le trame troppo complicate non riesco a seguirle.” Ogni volta inarco un sopracciglio. Anche perché, specie quando la frase viene pronunciata tra le pareti di una casa editrice, sottintende una vaga discriminazione nei confronti di chi ha fatto della costruzione di trame precise e sofisticate il proprio marchio di fabbrica. È come se Bach si fosse sentito dire dal principe Leopoldo: “Johann Sebastian, vecchio mio, perché non mi scrivi qualcosa di più orecchiabile, tipo Il ballo del qua-qua?” Il kapellmeister si sarebbe strappato la parrucca e avrebbe dato in più che legittime escandescenze. Leggevo alcuni giorni fa i commenti del romanziere Stefano Di Marino su un’affermazione di un noto personaggio del mondo dell’editoria: “Oggi ai lettori di thriller della trama non importa più niente, conta solo l’atmosfera.” Riflette Di Marino: “Non posso essere d’accordo... mi sembra che si voglia creare un fronte di discussione trama contro atmosfera che non mi pare corretto né realistico. Un buon romanzo deve raccontare una storia interessante, ben congegnata, divertente per chi scrive (eh, sì!) quanto per chi legge. Se uno non è capace di fare una cosa del genere non è un narratore.”

Concordo con Di Marino, non foss’altro perché sono vent’anni che anch’io mi do da fare per scrivere trame coerenti. Non potrei scrivere un romanzo di cinquecento pagine intitolato La donna che raccontava palle di neve, in cui l’ingegner Jorgensen di Stoccolma assassina il commercialista Olafson a Oslo, nonostante la stessa sera l’ingegner Jorgensen si trovi a un congresso a Helsinki di fronte a cento persone, con strade, stazioni, porti e aeroporti chiusi per una bufera di neve. Non posso farlo nemmeno se illustro per cento pagine la bufera fiocco per fiocco e per altre trecento i turbamenti interiori dell’ingegner Jorgensen (dopo che ha scoperto che il commercialista Olafson si incontra segretamente a Copenaghen con la signora Jorgensen) sperando che il lettore intanto si dimentichi che all’ora del delitto lo stramaledetto ingegnere non può essere a Oslo. A meno che, beninteso, non si tratti di una storia di fantascienza e l’ingegner Jorgensen non sia l’inventore del teletrasporto.

A mio avviso è pericoloso, ma sintomatico, che in ambito editoriale si vedano le trame con sospetto. Ma basiamoci sui fatti. Una delle scrittrici più lette al mondo, ancora oggi a quasi quarant’anni dalla sua morte (e a quasi un secolo dal suo primo romanzo) è Agatha Christie. Come faccio a sapere che è ancora molto letta? Perché ovunque, Italia compresa, i suoi romanzi sono tuttora in catalogo: negli Oscar Mondadori si trovano attualmente un centinaio di suoi volumi tra romanzi singoli e raccolte; e il severo mercato dell’editoria ci insegna che oggi un libro deve vendere bene, per poter restare in catalogo. Ordunque, nessuno può negare che in Agatha Christie, oltre che una certa atmosfera, domini il rigore della trama. D’accordo, il lettore più critico può anche osservare che ci sono meccanismi ricorrenti nei suoi romanzi, tanto che, con un certo allenamento, in alcuni casi si può capire chi sia l’assassino a due terzi del libro e da quel punto in avanti raccogliere indizi che lo confermino; ma è anche vero che la scrittrice ha firmato un certo numero di capolavori in cui riesce a trarre abilmente in inganno il proprio pubblico giocando con astuzia sulle false certezze di quest’ultimo.

Posso aggiungere che una certa quota di lettori di gialli – testimoniata anche dalle discussioni sul forum de Il Giallo Mondadori – è ancora fortemente legata al giallo “enigmistico”, persino a certi romanzi con trame esageratamente complesse, in cui gli assassini agiscono con un improbabile modus operandi e di atmosfera se ne trova ben poca e di routine. Personalmente trovo la lettura di Agatha Christie molto istruttiva per chi vuole diventare un buono scrittore di gialli (e, cosa che non guasta, diventare una persona dal cervello funzionante) e ho amato molto parecchi altri autori di giallo classico. E anche se non scrivo whodunit, ovvero gialli a enigma basati sulla scoperta dell’assassino, da questi romanzi ho imparato a rispettare il rigore della trama, che equivale anche a rispettare l’intelligenza del lettore.

A questo punto però si apre un discorso molto più ampio, che riguarda non solo i libri ma anche vari intrattenimenti “di massa”. Alcuni giorni fa discutevo di televisione con il professor Francesco Alberoni, che scuoteva il capo desolato di fronte alle proposte di fiction tanto nazionali quanto estere. Mi sono permesso di esporgli il mio punto di vista: esistono un pubblico passivo e un pubblico attivo. Se non sbaglio le serie televisive italiane di maggior successo, anche nel campo del giallo (inteso molto in generale come storie di delitti, indagini, misteri), sono quelle che vanno in onda in prima serata su RaiUno e Canale 5, dopo il telegiornale e un breve programma intermedio. La sensazione è che il pubblico passivo si mangi il piatto di lasagne davanti al “tiggì” e poi rimanga sulla stessa rete sorbendosi qualsiasi cosa passi il convento; lo spettatore passivo intanto sparecchia, lava i piatti, legge il giornale e ogni tanto si volta verso lo schermo tv scorgendo le facce rassicuranti di Terence Hill o di Nino Frassica. Le trame sono di tale banalità e il ritmo è così lento che è possibile seguire “la vicenda” anche facendo dell’altro. Questo pubblico passivo e disattento viene tuttavia misurato in milioni di unità e una serie così concepita può arrivare alla settima stagione e godere di un’infinità di repliche in base a un presunto indice di gradimento. Laddove un’altra serie come la lucarelliana L’ispettore Coliandro, posizionata su RaiDue (quindi automaticamente meno “visibile”) e non compatibile con lasagne, giornale e stoviglie, richiede più attenzione e ha vita molto meno facile.

Poi c’è il pubblico attivo, che oltre a Coliandro segue i canali a pagamento (a parte il fatto che la Rai è un canale a pagamento, visto che ancora oggi si maschera come “canone” quella che di fatto è la tassa sul possesso di un televisore) o si guarda i dvd o si scarica materiale da Internet. Queste ultime due categorie sono attivissime e non sono misurate. Se si confronta l’audience italiana di una serie americana come Lost con quella di Don Matteo, di sicuro prevale il parroco di campagna. Il fatto è che una parte – credo rilevante – del pubblico di Lost ha seguito la serie non solo sulla pay tv o in dvd, ma via Internet: le puntate in onda negli USA venivano registrate, sottotitolate a tempo di record e messe subito online, permettendo ai fan di scaricarle e seguire la serie quasi in contemporanea. E, se una parte del pubblico dopo un po’ si è arresa perché la serie non scherzava quanto alla complessità della trama principale e delle innumerevoli sottotrame prolungate per ben sei stagioni, il seguito che Lost ha avuto anche in Italia smentisce il fatto che nel nostro paese si guardino solo fiction e reality show, che sono poi fiction prive di trama.

La mia modesta opinione tuttavia è che dagli Stati Uniti, a parte qualche serie tv intelligente, si sia importato in Italia il peggio della cultura di massa americana, destinata a un pubblico impreparato culturalmente, fondendola con il livello di attenzione dei ragazzini rumoreggianti che un tempo riempivano le nostre sale cinematografiche parrocchiali e che da grandi sono diventati adulti con telefonino sempre acceso che parlottano fastidiosamente nei costosi (e tra breve ancora più costosi) cinema di prima visione. E che si aspettano dal grande schermo quello che trovano in televisione, per cui appena cominciano i titoli di coda devono spintonare verso l’uscita, perché di solito in quel momento in tv scattano i promo e la pubblicità.

Il nuovo concetto di televisione, che essendo il medium più diffuso ha anche un enorme potere di influenza sulle masse, non prevede più l’educazione del pubblico o la sollecitazione del suo senso critico. È indirizzato a orientare sciami di consumatori su questo o quel prodotto, che sia un detersivo, un gruppo politico e, a volte, persino un libro. Il concetto di “dare al pubblico ciò che vuole” diventa “dare al pubblico stimoli sempre minori”, in modo da accentuarne la passività, in modo che voglia sempre di meno dalla televisione ma sia più disposto a farsi indirizzare nei propri consumi o addirittura nel proprio stile di vita.
Purtroppo, nonostante interessi molto inferiori rispetto a quelle della televisione, anche l’editoria si orienta allo stesso modo... e lo si vede dall’ampia presenza nelle classifiche di libri firmati da personaggi televisivi. Per il resto, se un certo libro ha avuto successo, c’è chi vuole pubblicare solo libri di quel tipo e persino costringere nuovi autori a scrivere di quello, anche se vorrebbero occuparsi d’altro. La mancanza di gusto di molti lettori si sposa con l’insicurezza di un pugno di direttori editoriali o esperti di marketing che, non sapendo scegliere, si basano sulle etichette anziché sui contenuti, bollando tutto ciò che non capiscono come “di nicchia”. Compresi i thriller, a dispetto del loro successo commerciale come genere.

Adesso anche la trama mi diventa “di nicchia”? O piuttosto è un alibi per lasciar scrivere autori che non sono capaci di mettere insieme una trama? Oppure ancora significa cedere le armi e spegnere gli ultimi stimoli intellettuali, per consentire agli italiani l’illusoria sicurezza di un encefalogramma piatto? Vi lascio con questi interrogativi e con il promo di Lost realizzato da David LaChapelle, in cui senz’altro l’atmosfera non manca.


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